Discriminazione Etnica Campi Rom Ciampino
Il 30 maggio 2015 il Tribunale civile di Roma pronunciava una sentenza che certamente segna e segnerà anche la giurisprudenza futura, accertando, per la prima volta in Europa, il carattere discriminatorio di tutte le soluzioni abitative di grandi dimensioni che hanno lo scopo di riunire in un’unica area circoscritta persone appartenenti alla stessa etnia, tanto più se realizzate in modo tale da ostacolare l’effettiva convivenza con la popolazione locale.
Tale pronuncia veniva emessa con riferimento al campo nomadi sito in località La Barbuta, ai confini tra il Comune di Roma e il Comune di Ciampino, situato proprio tra l’aeroporto e il Grande Raccordo Anulare.
La nascita del campo rom a Ciampino
Il campo rom cui si fa riferimento nasceva nel 1995, quando vi fu un insediamento abusivo da parte di alcune persone senza fissa dimora che lo occuparono con lo scopo di farne la propria base vicino alla capitale.
Si tratta di un’area isolata rispetto ai centri abitati e quindi non idonea certo alla socializzazione e all’inserimento nella comunità locale.
Nello specifico essa è compresa tra il Gra, la ferrovia Roma - Ciampino, la pista dell’aeroporto Pastine di Ciampino e la Via Appia Nuova, che in quel tratto è peraltro a scorrimento veloce.
Dal 1995 sino al 2015 la popolazione di questo campo è raddoppiata; dapprima l’insediamento abusivo contava circa 350 persone, per poi arrivare ad ospitarne circa 700, in seguito ai provvedimenti adottati dalla Giunta Alemanno e dal Prefetto Pecoraro relativamente allo stanziamento di 12 milioni di euro per estendere l’area destinata al popolo rom.
Anziché ordinare la demolizione di quello che era nato come un assembramento abusivo, si è scelto di potenziarlo ancor di più, approfittando per trasformare quell’area ai confini di Roma e Ciampino in un recinto per persone non gradite nei centri abitati.
Eppure quello che negli anni 2000 è stato definito come un villaggio di solidarietà, del luogo ospitale non ha nulla. Insiste infatti su un’area all’interno della quale vi è una discarica di eternit, che da anni continua ad essere fonte costante di gravi incendi, i quali negli episodi di maggior gravità hanno anche causato la morte di alcune delle persone lì presenti.
Ma l’eternit non è l’unica fonte di pericolo e l’unico fattore di rischio per la salute degli abitanti del campo. Come è intuibile le condizioni igieniche sono pessime e frequenti incendi sono anche causati dall’utilizzo di bombole di gas in assenza di qualsivoglia misura di sicurezza e prevenzione.
L’azione giudiziaria di Amnesty International
Tale situazione intollerabile non è però passata inosservata. Dell’inaccettabilità delle condizioni in cui queste persone sono state obbligate a vivere per disposizione del Comune di Roma si è accorta infatti Amnesty International che insieme all’Asgi, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, e all’Associazione 21 luglio ha proposto ricorso al Tribunale di Roma affinchè il Comune fosse obbligato dall’Autorità Giudiziaria a liberare il campo rom e a porre fine a quella che è stata definita una vera e propria segregazione.
Precisamente il ricorso aveva lo scopo di bloccare le assegnazioni di quei locali posizionati nell’area del campo nomadi. L’8 agosto 2014 il Tribunale accoglieva l’istanza cautelare all’uopo avanzata e sospendeva momentaneamente le assegnazioni, che però riprendevano il 13 settembre 2014, quando il Tribunale decideva di accogliere il reclamo presentato dal Comune di Roma.
Con tali atti si sosteneva la contrarietà delle assegnazioni fatte dall’amministrazione capitolina ai diritti umani definitivamente cristallizzati nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Sentenza Tribunale civile di Roma
Infine, il 30 maggio 2015 è giunta la sentenza di primo grado del Tribunale civile di Roma.
Il provvedimento di ben 54 pagine ruota attorno a tre argomenti principali: la discriminazione, l’insussistenza di un’emergenza permanente in tal senso e la mancata tutela dei gruppi etnici.
In primo luogo, il Tribunale ha osservato come le prescrizioni adottate dal Comune di Roma con riguardo al campo rom La Barbuta siano da considerarsi poste in violazione dell’art. 43 del Testo Unico sull’Immigrazione, che disciplina la discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
Discriminazione razziale ed etnica
Detta norma prevede che costituisce discriminazione ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica.
Tra gli altri, compie un atto di discriminazione: il pubblico ufficiale o la persona incaricata di pubblico servizio o la persona esercente un servizio di pubblica necessità che nell’esercizio delle sue funzioni compia od ometta atti nei riguardi di un cittadino straniero che, soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità, lo discriminino ingiustamente; chiunque imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire beni o servizi offerti al pubblico ad uno straniero soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità; chiunque illegittimamente imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire l’accesso all’occupazione, all’alloggio, all’istruzione, alla formazione e ai servizi sociali e socio-assistenziali allo straniero regolarmente soggiornante in Italia soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità.
In secondo luogo, la sentenza ha ribadito come non vi fosse alcuna emergenza permanente tale da giustificare l’adozione di dette misure, che di certo non possono dirsi a favore e a tutela del gruppo etnico destinatario delle stesse.
Anzi, il Tribunale di Roma ha parlato, per la prima volta in Europa, di situazione ghettizzante imposta dall’amministrazione comunale.
Si è trattato di un vero e proprio colpo subito dal Comune, accolto con favore anche dagli abitanti di Ciampino, che certamente erano stanchi di vedere ai confini del loro paese quello che poteva essere qualificato come un borgo parallelo, fatto di degrado e di immondizia.
Le principali preoccupazioni dei ciampinesi attenevano anche alla sicurezza del territorio e alla tutela della salute pubblica, trovandosi il campo su una falda acquifera dell’Acqua Appia che rischiava di essere definitivamente inquinata.
Fondo Sociale Europeo
Già da tempo l’Europa si sta occupando dell’annoso problema relativo ai campi rom e alle condizioni di vita delle persone che in questi si trovano.
Negli ultimi anni vi è stato un forte orientamento volto all’integrazione delle minoranze etniche, per il quale sono stati stanziati anche dei soldi.
Nel periodo 2014-2020 l’Italia avrà a disposizione 29,3 miliardi di euro provenienti dal Fondo Sociale Europeo e dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Ragionale per poter combattere il degrado dei campi rom ed adottare delle misure che consentano un’adeguata integrazione tra persone con culture ed etnie diverse, senza ghettizzazione.
LA STORICA SENTENZA SUL CAMPO ROM.
Il provvedimento.
Il 30 maggio 2015 il Tribunale civile di Roma pronunciava una sentenza che certamente segna e segnerà anche la giurisprudenza futura, confermando, per la prima volta in Europa, il carattere discriminatorio di tutte le soluzioni abitative di grandi dimensioni che hanno lo scopo di riunire in un’unica area circoscritta persone appartenenti alla stessa etnia, tanto più se realizzate in modo tale da ostacolare l’effettiva convivenza con la popolazione locale.
Tale pronuncia veniva emessa con riferimento al campo nomadi sito in località La Barbuta, ai confini tra il Comune di Roma e il Comune di Ciampino, situato proprio tra l’aeroporto e il Grande Raccordo Anulare.
Il Fatto.
Il campo rom cui si fa riferimento nasceva nel 1995, quando vi fu un insediamento abusivo da parte di alcune persone senza fissa dimora che lo occuparono con lo scopo di farne la propria base vicino alla capitale.
Si tratta di un’area isolata rispetto ai centri abitati e quindi non idonea certo alla socializzazione e all’inserimento nella comunità locale. Nello specifico essa è compresa tra il Gra, la ferrovia Roma -Ciampino, la pista dell’aeroporto Pastine di Ciampino e la Via Appia Nuova, che in quel tratto è peraltro a scorrimento veloce.
Dal 1995 sino al 2015 la popolazione di questo campo è raddoppiata; dapprima l’insediamento abusivo contava circa 350 persone, per poi arrivare ad ospitarne circa 700, in seguito ai provvedimenti adottati dalla Giunta Alemanno e dal Prefetto Pecoraro relativamente allo stanziamento di 12 milioni di euro per estendere l’area destinata al popolo rom. Anziché ordinare la demolizione di quello che era nato come un assembramento abusivo, si è scelto di potenziarlo ancor di più, approfittando per trasformare quell’area ai confini di Roma e Ciampino in un recinto per persone non gradite nei centri abitati.
Eppure quello che negli anni 2000 è stato definito come un villaggio di solidarietà, del luogo ospitale non ha nulla. Insiste infatti su un’area all’interno della quale vi è una discarica di eternit, che da anni continua ad essere fonte costante di gravi incendi, i quali negli episodi di maggior gravità hanno anche causato la morte di alcune delle persone lì presenti.
Ma l’eternit non è l’unica fonte di pericolo e l’unico fattore di rischio per la salute degli abitanti del campo. Come è intuibile le condizioni igieniche sono pessime e frequenti incendi sono anche causati dall’utilizzo di bombole di gas in assenza di qualsivoglia misura di sicurezza e prevenzione.
L’azione giudiziaria.
Tale situazione intollerabile non è però passata inosservata. Dell’inaccettabilità delle condizioni in cui queste persone sono state obbligate a vivere per disposizione del Comune di Roma si è accorta infatti Amnesty International che insieme all’Asgi, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, e all’Associazione 21 luglio ha proposto ricorso al Tribunale di Roma affinchè il Comune fosse obbligato dall’Autorità Giudiziaria a liberare il campo rom e a porre fine a quella che è stata definita una vera e propria segregazione.
Precisamente il ricorso aveva lo scopo di bloccare le assegnazioni di quei locali posizionati nell’area del campo nomadi. L’8 agosto 2014 il Tribunale accoglieva l’istanza cautelare all’uopo avanzata e sospendeva momentaneamente le assegnazioni, che però riprendevano il 13 settembre 2014, quando il Tribunale decideva di accogliere il reclamo presentato dal Comune di Roma.
Con tali atti si sosteneva la contrarietà delle assegnazioni fatte dall’amministrazione capitolina ai diritti umani definitivamente cristallizzati nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La sentenza.
Infine, il 30 maggio 2015 è giunta la sentenza di primo grado del Tribunale civile di Roma.
Il provvedimento di ben 54 pagine ruota attorno a tre argomenti principali: la discriminazione, l’insussistenza di un’emergenza permanente in tal senso e la mancata tutela dei gruppi etnici.
In primo luogo, il Tribunale ha osservato come le prescrizioni adottate dal Comune di Roma con riguardo al campo rom La Barbuta siano da considerarsi poste in violazione dell’art. 43 del Testo Unico sull’Immigrazione, che disciplina la discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
Detta norma prevede che costituisce discriminazione ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica.
Tra gli altri, compie un atto di discriminazione: il pubblico ufficiale o la persona incaricata di pubblico servizio o la persona esercente un servizio di pubblica necessità che nell’esercizio delle sue funzioni compia od ometta atti nei riguardi di un cittadino straniero che, soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità, lo discriminino ingiustamente; chiunque imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire beni o servizi offerti al pubblico ad uno straniero soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità; chiunque illegittimamente imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire l’accesso all’occupazione, all’alloggio, all’istruzione, alla formazione e ai servizi sociali e socio-assistenziali allo straniero regolarmente soggiornante in Italia soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità.
In secondo luogo, la sentenza ha ribadito come non vi fosse alcuna emergenza permanente tale da giustificare l’adozione di dette misure, che di certo non possono dirsi a favore e a tutela del gruppo etnico destinatario delle stesse. Anzi, il Tribunale di Roma ha parlato, per la prima volta in Europa, di situazione ghettizzante imposta dall’amministrazione comunale.
Si è trattato di un vero e proprio colpo subito dal Comune, accolto con favore anche dagli abitanti di Ciampino, che certamente erano stanchi di vedere ai confini del loro paese quello che poteva essere qualificato come un borgo parallelo, fatto di degrado e di immondizia. Le principali preoccupazioni dei ciampinesi attenevano anche alla sicurezza del territorio e alla tutela della salute pubblica, trovandosi il campo su una falda acquifera dell’Acqua Appia che rischiava di essere definitivamente inquinata.
Commento.
Già da tempo l’Europa si sta occupando dell’annoso problema relativo ai campi rom e alle condizioni di vita delle persone che in questi si trovano. Negli ultimi anni vi è stato un forte orientamento volto all’integrazione delle minoranze etniche, per il quale sono stati stanziati anche dei soldi. Nel periodo 2014-2020 l’Italia avrà a disposizione 29,3 miliardi di euro provenienti dal Fondo Sociale Europeo e dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Ragionale per poter combattere il degrado dei campi rom ed adottare delle misure che consentano un’adeguata integrazione tra persone con culture ed etnie diverse, senza ghettizzazione.