Donna di 38 anni muore di parto all’ospedale San Giovanni di Roma

Donna muore di Parto, avvocato Buccilli racconta la storia di omicidio colposo L'Avvocato Buccilli ci racconta la tragica morte di una donna di 38 anni, Lara, presso l’ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, deceduta mentre dava alla luce tramite parto cesareo la sua terza figlia. Qualcosa è andato storto, si è diffusa ampiamente un’emorragia che ha messo fine alla vita di una giovane donna.

La decisione dei giudici di Piazzale Clodio è arrivata dopo sette anni dall’accaduto e ha visto condannare l’anestesista e i due ginecologi presenti per il reato di omicidio colposo, con la reclusione a sei mesi per il primo e la reclusione a quattro mesi per i secondi. Vi è stata invece l’assoluzione per un terzo ginecologo reputato estraneo ai fatti e non responsabile per la drammatica morte della partoriente.

In sede civile, i presunti colpevoli, unitamente all’ospedale, sono stati condannati al pagamento della somma risarcitoria di un milione e mezzo di euro.

Deve però essere precisato che, sebbene sia trascorso molto tempo, questa è soltanto la sentenza di primo grado, la quale lungi dall’essere definitiva è stata anzi impugnata dagli imputati e, pertanto, si è in attesa del processo di appello.

Attendere una nascita e invece morire di parto

È il 6 marzo 2007 quando Lara Mancuso si accinge a veder nascere la sua terza bambina, che dovrà venire alla luce con un taglio cesareo già programmato.

È il primo pomeriggio e tutti i famigliari sono già riuniti nella sala d’attesa per conoscere la nuova arrivata, nell’attesa consapevole che il parto non durerà moltissimo e che a breve vedranno passare la cucciola.

Ma c’è qualcosa che non va. Il tempo passa e la mamma non torna in reparto. Qualcosa deve essere andato storto. Questo è il pensiero di tutti e questo è proprio ciò che è accaduto.

Un’emorragia, le discussioni e infine la morte della paziente

Dopo il cesareo, apparentemente ben riuscito, si verifica un imprevisto che i medici non avevano calcolato: la neomamma inizia a perdere sangue dall’utero e di lì a poco entra in agonia. C’è una ferita e l’equipe medica non è d’accordo su come gestire l’emergenza.

Uno dei dottori sostiene che l’operazione non può terminare e non si può richiudere senza aver previamente eseguito un’isterectomia, ossia l’asportazione dell’utero; gli altri, invece, preoccupati per le conseguenze che quel tipo di intervento avrebbe avuto sulla madre, con una inevitabile menopausa anticipata, spingono per la sutura della ferita e il completamento dell’operazione.

Sono attimi concitati in cui i medici devono decidere alla svelta cosa fare e, alla fine, viene seguita la strada dell’isterectomia. Ma è troppo tardi.

Quelle esitazioni e il trascorrere del tempo sono stati fatali e prima ancora che si potesse andare avanti e percorrere la strada scelta la donna è deceduta.

Le indagini: i ritardi nell’agire in seguito alla emorragia la causa del decesso

Nella ricostruzione di quanto accaduto in quel 6 marzo del 2007, gli inquirenti hanno tentato di riordinare la cronologia degli eventi immediatamente antecedenti la morte della mamma.

Da tale operazione è emerso con chiarezza come il ritardo nella decisione dell’equipe medica, a cui si è aggiunto il successivo ritardo nel reperimento del sangue necessario a portare a termine con successo l’isterectomia, siano stati fatali e possano essere dichiarati in stretto rapporto eziologico con il decesso.

Due le cause della morte che sono state individuate e poi trasfuse nel capo di imputazione: da un lato quindi l’aver esitato nel prendere una decisione in un momento in cui la paziente presentava già i sintomi di una grave emorragia che, mentre i medici si consultavano, aggravava sempre più le condizioni cliniche della donna e, dall’altro lato, il ritardo attribuibile al solo anestesista nel rendere disponibili le sacche di sangue necessarie.

La sentenza: Omicidio Colposo 

Nonostante l’enorme ritardo nella celebrazione del processo penale, che come detto ha visto concludersi il solo primo grado di giudizio a distanza di sette anni dal verificarsi dei fatti, come ci spiega lo Studio Legale Buccilli, il giudice penale del Tribunale di Roma ha aderito pienamente alla ricostruzione formulata dall’accusa, sostenuta anche dalla parte civile, che chiedeva la condanna per il reato di omicidio colposo.

Le perizie eseguite nel corso del procedimento non hanno fatto altro che confermare la tesi d’accusa. La morte è intervenuta a causa di una condotta colpevolmente imperita da parte dei medici presenti.

Va però sottolineato che il Tribunale ha parzialmente rivisto il numero di colpevoli che era stato individuato dalla Procura; secondo questa infatti tutti i quattro medici presenti avrebbero dovuto essere condannati per la commissione dell’omicidio in concorso tra loro. Il giudice tuttavia ha deciso diversamente, escludendo uno di essi dalla condanna, ritendendo che l’apporto di questi non fosse sufficiente a consideralo responsabile della morte.

Anestesista e Gineologi: risarcimento da un milione di euro

All’esito del giudizio il medico anestesista è stato condannato a sei mesi di reclusione, mentre i due ginecologi ritenuti responsabili della morte hanno visto infliggere loro una pena di quattro mesi di reclusione.

Come già evidenziato, i parenti della sfortunata madre, che ha lasciato tre figli piccoli e un marito che dovrà occuparsi di loro da solo, hanno agito anche in sede civile, al fine di ottenere un risarcimento del danno, chiamando in causa oltre ai medici anche la struttura ospedaliera, ai sensi degli artt. 1218 e 1228 c.c., che individua anche in capo all’ospedale una responsabilità contrattuale, nonché una responsabilità per i danni cagionati dai medici di cui l’azienda si avvale.

In tale sede il danno da liquidarsi in favore degli istanti è stato quantificato in euro 1.500.000,00.

San Giovanni Addolorata: un ospedale sotto accusa

Quello sopra descritto non è il primo caso che purtroppo vede implicata la struttura ospedaliera del San Giovanni Addolorata di Roma per colpa medica; tra l’altro è sempre il reparto di ginecologia e ostetricia che causa i maggiori danni.

Un ulteriore drammatico episodio si è verificato nel 2012, quando un neonato è morto per l’errore della caposala che aveva invertito i tubi delle flebo. Si trattava di un bambino perfettamente sano, che molto probabilmente avrebbe vissuto una vita in salute negli anni immediatamente successivi e sarebbe cresciuto senza alcun problema. Ma tale errore ha spezzato la sua giovanissima vita.

E non è tutto. Nell’immediatezza del fatto, l’infermiera fu coperta dai colleghi che, approfittando della scarsa conoscenza della lingua italiana della mamma del bambino, le fecero subito firmare la rinuncia all’autopsia e ritardarono le indagini che vennero iniziate solo a più di una settimana dal fatto.

E’ l’ospedale che paga per le colpe dei singoli medici

Insomma, è vero che le generalizzazioni non portano da nessuna parte e sono soprattutto sbagliate e superficiali. Vi è in quella struttura ospedaliera del personale medico e infermieristico preparatissimo e che utilizza tecniche all’avanguardia. L’errore fa parte dell’uomo e accade in ogni luogo, in ogni posto di lavoro, con l’unica differenza che non causa la morte di persone.

Di sicuro negli ultimi anni, viste le recenti cronache, molte mamme avranno preferito optare per altri ospedali al fine di mettere alla luce i propri figli. 


 Si ringrazia il contributo dell'Avvocato Buccilli (fondatore anche di Diritto in Salute) per averci spiegato la triste vicenda, e si rimanda al professionista ogni tipo di richiesta o chiarimento: studiobuccilli.com


 

Tags: Diritto Penale, Sentenze, San Giovanni

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