Lanuvio: 10 anni di carcere per aver ucciso il marito a coltellate

Lanuvio moglie uccide marito a coltellateLa I Corte d’assise d’appello di Roma, che vanta tra i suoi componenti il noto scrittore, oltre che magistrato, Giancarlo De Cataldo, nel marzo 2015 confermava parzialmente la condanna inflitta dalla Corte d’assise di Roma a Lucrezia Varesi, donna oggi cinquantasettenne di Lanuvio, colpevole di aver ucciso il marito a coltellate. La pena ridotta a dieci anni, per l’attenuante di aver agito in stato d’ira determinato da fatto ingiusto altrui.

Sempre più delitti consumati nell’ambito della famiglia

I fatti efferati consumati in famiglia non rappresentano ahi noi più una novità. Sempre più spesso difatti assistiamo a episodi in cui la rabbia, il risentimento e il rancore provati all’interno del nucleo familiare esplodono all’improvviso, con violenza, determinando la consumazione di fatti criminosi che finiscono con lo spezzare per sempre non soltanto la vita della vittima, ma anche quella del colpevole.

Ad essere sconfitta in questi casi non è la singola persona, bensì la famiglia, intesa quale determinazione sociale in cui evidentemente non è più possibile trovare riparo, ottenere protezione dalle problematiche esterne che quotidianamente angosciano il vissuto di ciascuno di noi. Non si rintraccia più neppure nelle mura domestiche quella serenità e tranquillità che da sempre si attribuiscono agli affetti familiari, anzi, queste sono divenute il luogo ove perpetrare i peggiori fatti di sangue, sfogando in qualche modo la propria rabbia e la propria frustrazione sui prossimi congiunti.

Tragedie che si costruiscono nel tempo…

Difficilmente tali episodi scaturiscono all’improvviso, verificandosi come un fulmine a ciel sereno. Usualmente essi sono preceduti da tensioni, da litigi, da un clima di scontro di cui il fatto di sangue finisce con il rappresentare il vertice, il culmine finale ove far giungere il sentiero dell’odio intrapreso tempo prima.

… come il caso di Lanuvio

Una simile situazione si verificava anche in casa di Lucrezia Varesi e Luciano Omminetti, coniugi di Lanuvio, ex falegname lui e bidella lei, la cui storia si trasformava in tragedia.

Le liti erano frequenti, a volte più violente del solito; liti in cui, come sempre avviene dopo anni di matrimonio e un abbassamento notevole della soglia di sopportazione e tolleranza, le recriminazioni e le colpe addossate l’uno all’altra facevano da padroni, in un rapporto ormai portato avanti dall’abitudine e dall’inerzia, nonché, forse, dalla paura di ricominciare ad un’età, circa sessant’anni, in cui ormai si tende ad accontentarsi di ciò che si ha.

Il 24 marzo 2013, alle ore 22.00 circa, l’ennesimo litigio si trasformava in qualcosa di più, concludendosi con un omicidio.

Lucrezia Varesi, all’esito di una violenta discussione, impugnava il coltello e, in preda all’esasperazione, pugnalava varie volte il marito, il quale quella sera trovava in questo modo la morte.

Le indagini e l’incertezza sulla causa del decesso

In un primo momento la dinamica dell’accaduto e, segnatamente, le cause della morte non apparivano chiare.

Intervenuti sul posto i Carabinieri, questi appuravano che le ferite d’arma da taglio, almeno ad un primo sguardo, non sembravano essere particolarmente profonde, tutt’altro, tanto da indurre i militari a ritenere che probabilmente l’uomo avesse avuto un malore subito dopo l’accesa lite e successivamente ai colpi di per sé non mortali inferti dalla moglie.

Nessun dubbio sul colpevole: la moglie

Viceversa non vi erano dubbi sul responsabile. Fin dai primi istanti era infatti chiaro che la Sig.ra Varesi, in preda all’ira, aveva accoltellato il marito dopo un’accesa discussione. Si trattava soltanto di appurare le precise cause del decesso e, quindi, formulare l’imputazione a carico della moglie.

L’autopsia chiarisce ogni dubbio sulla dinamica dei fatti

La luce veniva gettata su tale argomento dalla autopsia eseguita sul corpo di Luciano Omminetti, che contro ogni precedente previsione confermava invece che il decesso era intervenuto proprio in ragione delle ferite d’arma da taglio inferte sul suo corpo, escludendo le prime ipotesi formulate circa un eventuale malore post aggressione.

A questo punto, chiarita la dinamica, il Gip di Velletri, su richiesta della competente Procura della Repubblica, emetteva un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, determinando la traduzione della donna, in attesa del processo, presso il carcere romano di Rebibbia.

L’accusa di omicidio volontario

La moglie veniva accusata di omicidio volontario aggravato. E infatti, l’art. 577 c.p., nel contemplare le circostanze che aggravano il reato di omicidio volontario di cui all’art. 575 c.p., prevede l’applicazione della reclusione da ventiquattro a trenta anni se il fatto è commesso contro il coniuge, anziché semplicemente la pena della reclusione non inferiore ad anni ventiquattro disposta dalla fattispecie base.

Il nodo da sciogliere nel corso del primo grado di giudizio innanzi alla Corte d’assise di Roma, competente per materia, era innanzitutto costituito dall’accertamento del nesso eziologico tra condotta ed evento.

Escluse concause rimane solo l’omicidio volontario

Come già detto non vi era certezza in ordine al rapporto diretto tra ferite inferte e decesso, ben potendo essere possibile che vi fosse stata incidenza di un malore ovvero di un colpo alla testa riportato cadendo in terra dall’uomo. Si doveva pertanto procedere all’esecuzione di una perizia, segnatamente all’analisi medico legale, che accertasse con sufficiente margine scientifico che non vi fossero concause che avessero determinato l’evento.

Terminata l’istruttoria dibattimentale e chiarito il nesso causale tra le pugnalate inferte al marito dall’imputata e la morte di questo, la donna veniva condannata per omicidio volontario aggravato alla pena di anni quattordici di reclusione.

L’appello e la riduzione di pena: l’attenuante della provocazione

Ella proponeva appello innanzi alla Corte d’assise d’appello, che, con sentenza del marzo 2015, riduceva la pena a dieci anni di reclusione.

Tale riduzione veniva operata sulla base del riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 2) c.p., il quale stabilisce una riduzione di pena ogniqualvolta il fatto sia stato commesso in uno stato d’ira provocato da fatto ingiusto altrui. Si tratta della circostanza attenuante riferibile alla c.d. provocazione, che non deve necessariamente consistere in una condotta antigiuridica che a sua volta costituisca reato, essendo sufficiente che il comportamento provocatorio violi le norme di carattere sociale e civile e che si concretizzi in una condotta direttamente posta in essere nei confronti del provocato o di una persona a lui legata da un rapporto giuridicamente apprezzabile, quale la parentela.

I maltrattamenti subiti negli anni costituiscono attenuante

Nel caso di specie, i giudici della Corte d’assise d’appello riconoscevano l’apprezzabilità giuridica dei maltrattamenti compiuti negli anni dal marito, che pian piano aveva posto la moglie in uno stato di rabbia e di rancore crescenti, fino all’esplosione finale.

La Corte riconosceva altresì che tale attenuante era da considerarsi prevalente rispetto all’aggravante contestata, ossia l’aver commesso il fatto contro il coniuge, e pertanto riduceva ulteriormente la pena, sino a giungere alla pena della reclusione a dieci anni.

Una pena troppo ridotta per un omicidio?

Volendo per un attimo metterci nei panni dei prossimi congiunti della vittima, che usualmente cercano vendetta e non giustizia, questa pena sarebbe uno scandalo per la sua entità così ridotta, specie se si considera che la legge inoltre prevede, in caso di buona condotta del detenuto, un’ulteriore sconto di pena pari a 45 giorni per ogni semestre, con la conseguenza di ridurre la pena di 90 giorni ogni anno.

Così calcolando, i dieci anni da scontare verrebbero ridotti di trenta mesi e si arriverebbe quindi a sette anni e mezzo di reclusione. Inoltre, scontata metà della pena, quando la pena residua è inferiore ai cinque anni, è possibile essere ammessi alla liberazione condizionale, che consente di uscire dal carcere e tornare alla propria vita, benchè si debbano rispettare le prescrizioni e i controlli imposti dall’autorità.

Va bene la funzione rieducativa della pena ma…

In sostanza, per un omicidio volontario è possibile cavarsela con circa tre anni di detenzione.

Il faro guida deve essere sempre rappresentato dalla funzione di rieducazione del condannato che la pena deve svolgere, secondo il dettato dell’art. 27 Cost., per cui non hanno senso, e anzi sono illegittime, pene esemplari o sproporzionate rispetto all’accaduto, ma a volte ci si chiede se l’intero sistema non sia da rivedere, vista l’inoffensività che talvolta dimostra il regime sanzionatorio. 

Tags: Sentenze, Lanuvio

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