Il sequestro del Porto turistico di Ostia: un progetto criminoso nella gestione fallimentare

Ostia sequestro del porto turisticoIl 24 luglio 2015 venivano eseguite quattro ordinanza di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale Capitolino nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti parte di un’associazione criminale capeggiata da Mauro Balini, anche lui tratto in arresto, Presidente del Porto Turistico di Ostia.

Per la precisione, nell’operazione che ha portato a tali arresti, sono finiti in manette due prestanome, nonché un avvocato con studio in Roma, mentre altre nove persone venivano denunciate pur rimanendo a piede libero.

La gestione del Porto di Ostia: un affare remunerativo

Le illegalità consumatesi con riferimento alla gestione del Porto turistico di Ostia risalgono al 2005, quando, secondo la ricostruzione effettuata dalla Guardia di Finanza, Mario Balini iniziava la sua opera criminosa precostituendo un ingente credito nei confronti della A.T.I. S.p.a.

Come spesso accade nell’imprenditoria, laddove si voglia “far sparire” del denaro e sottrarlo a eventuali creditori societari, ovvero semplicemente intascarlo personalmente, tempo prima si comincia a creare la situazione idonea a far uscire le somme stabilite dalle casse societarie, attraverso una serie di movimenti e fatturazioni volte a costituire ad hoc un panorama di situazioni debitorie e creditorie tali da determinare spesso il fallimento di una delle società coinvolte con conseguente sparizione del denaro.

Un progetto criminale che parte lontano: i passaggi

Andando per ordine e ricostruendo i vari passaggi di cui gli imputati sono accusati, si nota come nel 2005 il progetto di portare la A.T.I. Spa al fallimento fosse già precostituito. Questa era la società che aveva curato la progettazione e la realizzazione del Porto Turistico di Ostia, facente parte di un gruppo di imprese riconducibili allo stesso Presidente del Porto, ossia Balini. Inoltre, fino al 2008, la A.T.I. era stata concessionaria dell’infrastruttura portuale.

Il progetto di appropriarsi del denaro della gestione del Porto

L’idea era quella di sottrarre denaro in pregiudizio della stessa A.T.I., poi fallita. All’uopo Mario Balini, grazie anche alla collaborazione di amici fidati e di membri del sodalizio criminoso costituito, aveva creato una fitta rete di società schermo e professionisti, nonché un complicato schema societario che gli avrebbe permesso di distrarre fraudolentemente le risorse patrimoniali e finanziarie della A.T.I., per un passivo complessivo di circa 155 milioni di euro.

Il primo passo veniva compiuto con la costituzione di un credito da parte di Balini, pari a 28 milioni, da vantare nei confronti della A.T.I Spa. Ciò veniva reso possibile dall’accollo in capo a quest’ultima di un debito originato dalla ricezione di false fatture, tutte emesse da società riconducibili allo stesso Baldini, che in questo modo aveva trasferito sostanzialmente un debito in capo alla A.T.I., società di cui, si ricorda, era già stato deciso il successivo fallimento.

L’ampliamento del Porto di Ostia

Il disegno criminoso proseguiva con l’affare relativo all’ampliamento del Porto di Ostia, fino al 2008 in concessione alla A.T.I.

In questo stesso anno magicamente la Società Porto Turistico di Roma a r.l., posseduta dallo stesso Balini, otteneva dalla A.T.I. la voltura della concessione sull’intera infrastruttura portuale. In tal modo, oltre a subentrar nella gestione del porto, la società Porto Turistico di Roma subentrava anche nella possibilità di realizzare il già previsto ampliamento dello stesso, autorizzato poi definitivamente nell’agosto del 2013, con conseguente perdita di una possibilità di guadagno da parte della A.T.I. e al contrario un notevole profitto realizzato dalla Porto Turistico di Roma.

Va ricordato che la dimensione originaria dell’infrastruttura portuale prevedeva 840 posti barca, per natanti di lunghezza compresa tra gli 8 e i 60 metri, sviluppati su una superficie totale di 22 ettari, mentre il nuovo progetto porterà la capienza del porto a 1419 posti barca, con aumento di un buon 80%, mettendo a disposizione circa 611 nuovi punti di ormeggio per imbarcazioni di lunghezza compresa tra i 12 e i 70 metri.

Il valore dell’affare, unitamente al valore commerciale della concessione, ammontava circa a 440 milioni di euro. Somme negate alla A.T.I. spa, poi portata a fallimento, e al contrario girate in maniera fraudolenta alla nuova società, anch’essa di Balini.

Il fallimento della società fa emergere l’intera vicenda criminosa

L’intero scenario sopra prospettato emergeva con chiarezza nell’attività investigativa del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma, sotto la direzione della Procura della Repubblica presso il Tribunale della Capitale, che veniva incardinata nell’ambito del fallimento della A.T.I. Spa.

Ogniqualvolta vi sia infatti un fallimento sospetto, d’ufficio vengono aperte le indagini per la verifica della regolarità della procedura concorsuale, con lo scopo di accertarsi che non siano intervenute distrazioni o occultamenti del patrimonio sociale, che rappresenta una garanzia per la soddisfazione, benché spesso solo parziale, dei creditori della società fallita che otterranno l’ammissione allo stato passivo.

Gli agenti procedevano quindi alla perquisizione presso i domicili delle persone indagate, nonché presso gli studi di un commercialista e di due avvocati, coinvolti nei loschi affari di Balini.

Associazione a delinquere, bancarotta, riciclaggio: le accuse e gli arresti

Con l’espletamento dell’attività investigativa veniva elevata nei confronti di 13 persone, di cui 4 arrestate e 9 denunciate a piede libero, l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, nonché di riciclaggio, impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita e trasferimento fraudolento di valori.

Il reato di associazione a delinquere è previsto dall’art. 416 c.p., il quale statuisce che quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni. Per il solo fatto di partecipare all’associazione la pena è della reclusione da uno a cinque anni.

Inoltre, la norma chiarisce che la pena è aumentata nel caso in cui gli associati siano più di dieci, come sembra essere in questo caso. Ovviamente al di sotto dei tre partecipanti non vi è associazione ma semplice concorso nel reato.

La bancarotta fraudolenta

A sua volta, il reato di bancarotta fraudolenta si rintraccia invece nell’art. 216 della Legge Fallimentare, il quale dispone la reclusione da tre a dieci anni per l’imprenditore, se dichiarato fallito, che ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti; nonché per l’imprenditore che ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La condanna per bancarotta fraudolenta importa anche l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale per la durata di dieci anni e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

Il riciclaggio di denaro

Infine, l’accusa comprendeva anche l’ipotesi di riciclaggio ex art. 648 bis c.p., che applica la reclusione da quattro a dodici anni e la multa da 1.032 a 15.493 euro a chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l'identificazione della loro provenienza delittuosa.

Il sequestro dei beni

Alla luce di tali capi d’accusa, oltre alle quattro misure cautelari in carcere, si disponeva il sequestro di beni mobili e immobili, di quote societarie e conti corrente bancari, nonché del diritto di superficie su oltre 1300 beni demaniali all’interno del Porto Turistico di Ostia, comprendenti posti barca, parcheggi, strutture amministrative, commerciali e aree portuali, per un valore complessivo di circa 400 milioni di euro.

Il territorio di Ostia e la torta da spartire

La vicenda in oggetto non fa che confermare come il territorio di Ostia sia oramai terra libera in cui imprenditoria e organizzazioni criminali sono legate da un filo a doppio nodo.

Ciò che rende l’area appetibile è senz’altro la grande opportunità di investimento e di sviluppo del X Municipio di Roma, in cui sono presenti realtà, come quella del Porto, che costituiscono la fonte di grosse fette di profitto.

Quasi sempre in tali grandi torte sono chiamati a mangiare, ciascuno in ordine di rilevanza e di potere, tutti i membri delle associazioni che gestiscono la località marittima e che da troppo tempo la rendono un luogo in cui il proliferare dell’illegalità è all’ordine del giorno, fino a quando non residuerà soltanto un profondo degrado in cui nessuno vorrà più recarsi. E allora le prospettive commerciali di guadagno svaniranno.

Le sole note positive sono rappresentate dalle operazioni che di tanto colpiscono dette organizzazioni, anche se alle volte si ha la sensazione che siano mere gocce in mezzo al mare.

Tags: Ostia

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