Nove arresti per narcotraffico a Cinecittà
Lo scorso giugno sono state emesse dal Tribunale di Roma nove ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti soggetti che, secondo le investigazioni della Direzione Distrettuale Antimafia, farebbero parte di una organizzazione criminale avente come fonte di reddito principale il narcotraffico nella zona sud di Roma.
In particolare, detta organizzazione occuperebbe un ruolo di primo piano nello spaccio di sostanze stupefacenti e avrebbe le proprie sedi principali nei quartieri di Cinecittà e Tor Vergata.
Gli affari per l’associazione procedevano a gonfie vele sino a poco prima dell’arrivo dei provvedimenti del Tribunale; basti pensare che l’organizzazione incassava più o meno decine di migliaia di euro a settimana. Un business milionario.
Un’organizzazione criminale ben strutturata e radicata
Il gruppo criminale era organizzato secondo una gerarchia e con una struttura ben precise. Vi era una vera e propria catena di comando che controllava il traffico di stupefacenti in tutte le sue fasi, dall’approvvigionamento sino alla distribuzione al dettaglio, senza dover nulla invidiare alle migliori aziende nazionali.
Ciascuno aveva il proprio compito: c’era chi si occupava dei canali di rifornimento, chi del trasferimento della sostanza stupefacente verso la capitale e chi provvedeva a custodire la droga sino al momento della sua vendita.
Il tutto era coordinato dal vertice della piramide rappresentato da uno degli uomini di fiducia di Stefano Crescenzi, in stato di detenzione per reati di tipo associativo e ritenuto colpevole di diversi fatti di sangue verificatisi nella periferia romana.
L’organizzazione criminale aveva anche sviluppato un servizio post vendita dedicato ai debitori, a chi non provvedeva entro termini congrui al pagamento della merce; un’attività di recupero crediti in pieno stile delinquenziale, proprio così come le persone civili se l’immaginano.
L’egemonia sul territorio e i rapporti con le altre regioni
Per consolidare la propria egemonia sul territorio, l’associazione aveva poi sviluppato anche altre tipologie di servizi, mettendosi a disposizione dei collaboratori per il compimento di eventuali azioni di rivendica o di vendetta. In tal modo i rapporti con bande vicine divenivano ancor più solidi e meglio si poteva procedere alle trattative in tema di “affari”.
Come accertato in seguito all’attività investigativa, gli indagati disponevano di notevoli somme di denaro, che di volta investivano nell’acquisto di ingenti quantità di sostanze stupefacenti. La merce preferita era rappresentata dalla cocaina, di cui l’organizzazione romana si riforniva in misura quasi totale da bande campane, le quali rappresentavano senz’altro un canale di approvvigionamento privilegiato, con consegne che avvenivano con cadenza settimanale.
Traffico di cocaina: il florido mercato capitolino a Cinecittà
Una vera e propria azienda che riusciva in breve tempo a piazzare sul mercato capitolino chili di cocaina, a dimostrazione della forte recettività dei romani in questo senso. Ad ogni vendita corrisponde sempre un acquisto ed evidentemente i cittadini della capitale non disdegnano una buona dose di polvere bianca. Del resto, dalla relazione del Parlamento presentata circa un anno e mezzo fa in cui si dava conto delle analisi delle acque reflue, Roma risultava la città italiana con il maggior consumo di cocaina, seguita da Napoli e Milano.
È evidente pertanto come la capitale rappresenti una torta importante in materia di spaccio, di cui tutti vogliono una fetta.
Le complesse indagini per ricostruire il tessuto criminale
L’attività di questa organizzazione criminale veniva monitorata dalle forze dell’ordine a partire dal 2014, quando i Carabinieri del nucleo investigativo di Frascati iniziavano a raccogliere i primi elementi che avrebbero poi portato all’applicazione delle misure cautelari detentive, con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.
L’attività svolta dai militari consisteva in indagini tecniche, nonché in osservazioni e pedinamenti che permettevano di ricostruire tutti i legami dei membri dell’associazione a delinquere, capeggiata come detto da un uomo romano di 34 anni vicino al Crescenzi, titolare di un laboratorio per la creazione e realizzazione di tatuaggi, il quale si serviva principalmente di altre quattro persone, tutte romane e con precedenti penali, che a loro volta rivestivano ruoli apicali nell’associazione. Questa la “dirigenza”, cui si univa poi la bassa manovalanza, costituita da una serie di ragazzi romani e non che si occupavano del lavoro sporco.
E infine l’individuazione e il sequestro della droga e anche armi
L’intera ricostruzione dei rapporti sussistenti in tale sodalizio criminoso è risultata possibile solo grazie al coinvolgimento di oltre cento carabinieri, al cui lavoro si è aggiunta la partecipazione delle unità cinofile di Roma, che con l’ausilio dei cani antidroga hanno consentito di individuare e sequestrare la merce.
Nel corso delle operazioni svoltesi lo scorso giugno i carabinieri procedevano inoltre al sequestro di un vero e proprio arsenale nella disponibilità della banda: una pistola beretta calibro 9x21, una Smith &Wesson cal. 357, nonché numerosi proiettili. Le armi peraltro risultavano tutte oggetto di precedenti furti eseguiti nella provincia di Roma.
Gli arresti e la detenzione cautelare dei sospetti
Dopo circa due anni di indagine si è potuti quindi arrivare all’arresto di nove membri della superiore organizzazione, che attualmente si trovano quindi in stato di detenzione cautelare.
Giova però ricordare che la custodia cautelare in carcere non rappresenta una pena da scontare. Essa interviene prima che vi sia una condanna, ossia in una fase antecedente la chiusura del processo con sentenza passata in giudicato, soltanto ove ricorrano i presupposti per la sua applicazione. Questi sono rappresentati dalla sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, dalla presenza di almeno una delle esigenze cautelari previste dal codice di procedura penale (pericolo di fuga, pericolo di inquinamento delle prove o pericolo di reiterazione del reato) e, infine, dal requisito primario rappresentato dal reato per cui si procede: affinché si possa applicare la custodia cautelare è infatti necessario che si stia procedendo per un reato punito con la reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.
Tale specificazione è importante al fine di evitare il più comune dei fraintendimenti, costituito dal pensare che gli indagati abbiano fatto sono pochi giorni o poche settimane di carcere nel caso in cui l’ordinanza sia annullata dal Tribunale del Riesame. Spesso può avvenire che una misura cautelare sia revocata o comunque modificata sulla base delle reali esigenze che di volta in volta si pongono. Ciò non significa non scontare una pena poiché non è di pena che stiamo parlando, bensì di un istituto che per la sua natura dovrebbe essere centellinato dall’autorità giurisdizionale, visto che consiste nel privare una persona delle propria libertà in assenza di una condanna definitiva.
La criminaliità romana: un mostro locale difficile da sconfiggere
Che Roma sia una delle sedi privilegiate di associazioni a delinquere di varia natura lo si sapeva da tempo.
Periodicamente, in varie zone della città, operazioni di polizia e carabinieri procedono allo smembramento di organizzazioni criminali localizzate e radicate sul territorio. Ma ciò non è mai risolutivo del problema. La criminalità romana è un po’ come l’Idra di Lerna, ad ogni uccisione di un gruppo ne nascono altri due.
Sotto un certo profilo Roma rappresenta una realtà particolare da un punto di vista criminale, in quanto si tratta di un mondo chiuso in cui l’illegalità è sì presente in maniera dirompente, ma è sempre lasciata agli autoctoni. Difficilmente i romani cedono il passo a qualcun altro; al più si creano delle collaborazioni con membri di bande esterne, ma in definitiva al banchetto romano partecipano sempre per larga parte soltanto i romani.
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