Frascati: illegittima la chiusura del Pronto Soccorso
Nel 2014 il Consiglio di Stato ha definitivamente scritto la parola fine sulla diatriba nata tra i Comuni di Frascati e Marino. Entrambi facenti parte dei castelli romani, erano stati messi in contrapposizione dalla riorganizzazione della sanità operata dalla Giunta Polverini, che aveva previsto la chiusura del pronto soccorso di Frascati in favore di quello di Marino.
Una decisione dapprima contestata innanzi al Tar e definitivamente annullata dal Consiglio di Stato, che ne ha sancito l’illegittimità.
La riorganizzazione della sanità laziale
La questione nasceva nel 2010, con la presentazione al Governo del decreto 80 per la riorganizzazione della rete ospedaliera della Regione Lazio. Troppi ospedali, troppa ramificazione del servizio; il decreto si proponeva di accorpare i vari settori specialistici in singoli ospedali dei castelli romani, senza che ciascun paese avesse una struttura troppo diversificata.
Per fare un esempio, in seguito a tale provvedimento l’ospedale di Genzano di Roma perdeva il pronto soccorso, fatta eccezione per il reparto di ginecologia e ostetricia, mentre il resto veniva conservato presso il pronto soccorso dell’ospedale San Giuseppe di Albano. In altri termini, se un abitante di Ariccia (che si trova tra i due paesi) ha necessità di un intervento urgente ginecologico, magari perché trattasi di donna incinta, dovrà recarsi a Genzano, per tutti gli altri problemi dovrà invece rivolgersi al pronto soccorso di Albano.
Non tutti però accettavano di buon grado le statuizioni del nuovo decreto.
Frascati contro Marino: una battaglia sulla pelle dei cittadini
Per ciò che concerne i paesi di Frascati e Marino, il decreto 80 imponeva alla Asl H di disattivare entro il 31 dicembre del 2011 il Pronto Soccorso e l’Osservazione breve intensiva dell’ospedale di Frascati, nonché di trasferire a Marino, presso l’ospedale San Giuseppe, oltre alla specialità di ricovero breve, anche la Cardiologia, l’Utic, la Psichiatria e infine il reparto di Ortopedia e Traumatologia.
Senz’altro una grave defezione per i cittadini di Frascati.
Il Sindaco di tuttavia non si arrendeva e, pur di non sottrarre ai propri concittadini il fondamentale servizio del Pronto Soccorso, impugnava il decreto innanzi al Tar del Lazio, che con sentenza del 4 gennaio 2012 gli dava ragione e si pronunciava proprio in favore del Comune di Frascati.
La contromossa di Marino per non perdere i propri benefici
A questo punto però sorgevano le opposizioni e le censure del Comune di Marino, il quale si era dapprima visto assegnare dalla Giunta Polverini reparti specifici per quanto concerneva la sanità e, successivamente, si era visto togliere tali benefici a causa del giudice amministrativo.
Anche il Sindaco di Marino decideva pertanto di combattere la battaglia giudiziaria incominciata dal primo cittadino Stefano Di Tommaso e proponeva appello avverso la superiore sentenza dinanzi al Consiglio di Stato.
La sentenza del Consiglio di Stato a favore delle esigenze dei cittadini
Il Consiglio di Stato ha finalmente provveduto a dirimere la lotta intestina tra i paesi dei castelli.
Nella sentenza si è evidenziato come la chiusura del Pronto Soccorso di Frascati avrebbe significato “la drammatica impossibilità di soddisfare il fabbisogno di prestazioni di urgenza della popolazione residente”.
Per tale ragione i giudici amministrativi di secondo grado hanno ritenuto non possibile la disattivazione del Pronto Soccorso di Frascati, aderendo alle tesi prospettate dal Sindaco, a mezzo dell’Avvocatura comunale. Quest’ultimo, dopo il deposito della sentenza del Consiglio di Stato, ha tenuto a ribadire come detto pronunciamento facesse emergere le forti contraddizioni di una scelta politica sbagliata adottata a suo tempo dalla giunta Polverini, la quale a suo avviso non avrebbe tenuto in adeguato conto le reali esigenze dei cittadini.
La sanità laziale devastata da anni e anni di malgoverno
Si chiude così l’ennesimo capitolo relativo alla sanità del Lazio, che più volte negli ultimi anni è stata protagonista in negativo per la mala gestio cui siamo stati abituati.
Si pensi che nell’avvicendarsi delle Giunte, da Storace alla Polverini, il debito degli ospedali era giunto sino a un miliardo e 400 milioni di euro; un dato agghiacciante. La causa di tutto ciò non può che essere individuata in via esclusiva nelle pessime capacità manageriali di chi per anni ha ricoperto carichi dirigenziali nell’ambito del settore sanità, o forse nelle buonissime capacità manageriali volte al solo scopo di intascare un malloppo bello ampio.
Un deserto chiamato sanità… sulla pelle dei cittadini
Ciò che è certo è che alla freddezza di tali dati devono aggiungersi le conseguenze umane prodotte: posti letto sempre più ridotti, servizio più scadente, assenza di macchinari necessari in tutte le strutture ospedaliere e, addirittura, la chiusura di interi ospedali.
In questo i castelli romani purtroppo non sono stati risparmiati. I tagli hanno colpito tutti gli ospedali situati nei singoli paesi, che dal decreto 80 hanno dovuto dividersi le competenze, a ciascuno un reparto specialista. Se da un lato vi sono esempi come quello sopra narrato rappresentato dal paese di Frascati, che si è opposto innanzi al Tar e ha vinto la propria battaglia giudiziaria per mantenere il proprio Pronto Soccorso, dall’altro lato vi sono casi in cui non sono state combattute delle lotte, semplicemente si è chiuso. Basti pensare al Pronto Soccorso dell’ospedale Spolverini di Ariccia o all’ospedale di Genzano di Roma, al quale non è rimasto nulla se non il reparto di ginecologia ed ostetricia.
Una tiepida luce in fondo al tunnel…
Pare però che vi sia un’inversione di tendenza e che il vento stia cambiano, sebbene non sia mai troppo presto. Nel 2015 il debito della sanità del Lazio ammonta a circa 630 milioni di euro, che non sono ovviamente pochi, ma che comunque costituiscono una cifra dimezzata rispetto al passato. Il disavanzo complessivo è sceso al di sotto del 5% del fondo sanitario regionale, anche se è ancora troppo alta la spesa ospedaliera che la Regione affronta.
La strada intrapresa sembra quella giusta; il percorso è però accidentato e sempre pronto ad interrompersi con nuove elezioni che spezzano il cammino che ciascuna legislatura incardina, con il rischio che i nuovi eletti non siano all’altezza del compito che sono chiamati a svolgere o abbiano mire diverse da quelle relative al bene della collettività.
Noi cittadini siamo spettatori inermi di tale spettacolo, potendo solo sperare che gli attori che abbiamo scelto sostengano il ruolo con autorevolezza ed onestà.
Per il resto, non possiamo far altro che sperare che quantomeno un settore particolare come quello della sanità non sia oggetto di ladrocini ulteriori. Mentre qualcuno ingrassa, in questo caso qualcun altro muore.