Ribellarsi alla Mafia

Ribellarsi alla Mafia rappresenta il punto dolente e più inquietante del problema sociale che la presenza di tali organizzazioni crea, oltre ovviamente al problema economico.

Ogni giorno vengono commessi reati, moltissimi, di ogni natura, eppure siamo in grado di combatterli, di lottare, di denunciare e far sì che lo Stato possa reagire dinanzi alla violazione delle sue norme di diritto penale.

Ciò avviene per una motivazione: quando ci troviamo dinanzi alla commissione di un delitto lo riconosciamo, lo percepiamo come sbagliato; pur non avendo conoscenze tecniche che ci consento di sussumere quella condotta in una fattispecie penale, siamo in grado di capire che c’è qualcosa che non va.

È proprio in questo che sta la forza delle associazioni criminali di stampo mafioso: l’annullamento di tale percezione.

I ragazzi che nascono e crescono in tali contesti ambientali, non sviluppano mai, poiché non gli è consentito, la capacità di discernere la legalità dall’illegalità, il bene dal male.

Chi resta e resiste alle sirene dell’emigrazione dalla terra natia, si trova inserito in un mondo in cui non esiste la possibilità di fare un colloquio di lavoro, di fare un concorso, di aprire un bar o un’altra attività commerciale, senza piegarsi a determinate logiche.

Nessuna persona nel nostro meridione crede di poter aprire un negozio senza sottostare a richieste estorsive, è un pensiero non immaginabile ed è questo il motivo per cui forse non ci si potrà mai liberare di tutto ciò.

Paura della ritorsione

Ma vi è anche un’altra motivazione assolutamente rispettabile e comprensibile: la paura.

Non tutti sono inseriti in modo consapevole e rassegnato in certe dinamiche; molti le rifuggono, le scansano, ne percepiscono la scorrettezza. Eppure, chi di noi metterebbe a rischio la propria incolumità e, ancor più, quella dei nostri cari, per affermare un ideale che, molto probabilmente, sarà dimenticato cinque minuti dopo la nostra morte.

Al di là di facili retoriche ed eroismi solo dialettici, saremmo in grado di lottare attivamente e sacrificare la nostra vita per questo?

Probabilmente no.

E quindi, in nessun modo possiamo colpevolizzare quelle persone che tacciono, che chiudono le finestre, che si girano dall’altra parte. È sbagliato, noi lo sappiamo e lo sanno anche loro, ma è così difficile essere eroi.

Don Pino Puglisi e la non ribellione popolare

È proprio per questo che è ancor più necessario celebrare quelle persone che invece hanno deciso di immolarsi, di non aver paura, di dare un esempio.

puglisiTra queste, come non ricordare Don Pino Puglisi, ucciso nel 1993 nel giorno del suo compleanno, proprio sotto casa, mentre i passanti proseguivano le proprie passeggiate come nulla fosse successo.

Ucciso perché insegnava ai ragazzi a ribellarsi a certe dinamiche, a non sentire che l’unica strada fosse quella dell’ingresso nell’organizzazione, come se non potesse esistere una vita al di fuori.

La ribellione non è concessa, né quella materiale né tantomeno quella ideologica. Non si possono instillare strani pensieri nelle menti dei ragazzi.

Un cenno non può poi non essere fatto ai magistrati e alle forze di polizia che negli anni 80-90 sono stati in prima linea nella lotta alla mafia.

Tutti conosciamo i nomi, le storie, le tragiche morti.

Ed è forse questo il più grande regalo che queste persone ci hanno fatto: trasmettere l’idea che senza eroismi e clamore è possibile fare il proprio lavoro e portare avanti un’idea, pur difficile che sia seguire questa la strada della giustizia.

Bisogna imparare da chi ha sacrificato la propria vita e portare avanti il loro progetto anche a Roma e in provincia, dove stanno crescendo irrimediabilmente i reati di questo tipo (vedi Sequestro Ndrangheta ad Anzio).

 

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