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L’operazione condotta dalla Polizia di Stato il 5 novembre 2015 ha portato all’arresto di sei persone coinvolte in un incendio ad Ardea verificatosi nel mese di luglio. I soggetti arrestati sono stati subito destinatari di ordinanze di custodia cautelare in carcere; dopo l’arresto sono stati condotti presso il carcere romano di Regina Coeli.

Ad Ardea gli incendi non sono certo una novità, dai tempi di Enea ad oggi il paese non fa che bruciare, in passato quale segno di sconfitta e di resa al nemico, oggi in segno di minaccia e intimidazione a persone ben precise.

Nel luglio 2015 l’ultimo episodio. A prendere fuoco è stato il tendone del campo da tennis di un centro sportivo sito proprio in Ardea.

Come sempre avviene in questi casi, ci si chiede se l’origine sia stata dolosa, colposa o semplicemente se si sia trattato di un incidente e anche in questo caso è andata così, anche se gli inquirenti hanno effettivamente impiegato poco tempo ad arrivare ai colpevoli, vista l’attività investigativa che già da mesi stavano svolgendo su di loro, trattandosi di persone ben note alle forze di polizia.

Si è giunti così ai suddetti arresti di inizio novembre.

Intercettazioni e pedinamenti di soggetti già noti

L’attività di indagine nei confronti dei pregiudicati era stata avviata già dal dicembre 2014, nell’ambito di un’investigazione portata avanti dalla Procura di Roma per rapina a mano armata, in cui si era proceduto ad una capillare attività di intercettazione.

Tra le persone intercettate vi era anche Giulio Tombini, detto Er Lupo, non nuovo alla commissione di rapine a mano armata e anzi conosciuto nell’ambiente proprio per essere uno specialista degli uffici postali, degli istituti di credito e dei furgoni portavalori; un curriculum formatosi negli anni.

È proprio grazie all’ascolto delle chiamate del Tombini che le forze di polizia, nell’ambito delle indagini relative all’incendio, hanno potuto ricostruire i vari rapporti con altri soggetti pregiudicati ed hanno potuto delineare l’organigramma di una vera e propria associazione criminale, che già in passato aveva affondato le proprie radici professionali nel quartiere dell’Alberone a Roma e che si era rapidamente estesa su tutto il territorio adiacente.

Il capo indiscusso era senz’altro il Tombini, il quale, già agli arresti domiciliari per altri reati, continuava a ricevere i “colleghi” presso la Cooperativa Edera, sita nel quartiere romano di Mostacciano, ove gli era stata concessa la possibilità di lavorare.

Ed ecco che quotidianamente si verificava la sfilata di criminali, dal Mannozzi al Bendiato, dal Da Rold all’Orofino, tutti pronti a fornire al capo le informazioni relative ai vari sopralluoghi effettuati per i successivi colpi.

Colpi seriali a istituti di credito

Il modus operandi era sempre lo stesso: veniva eseguito il sopralluogo presso l’istituto di credito, studiate attentamente tutte le vie di fuga e pianificato il percorso da seguire nella staffetta delle macchine “pulite” che avrebbero portato fuori pericolo i membri del gruppo di fuoco, ossia coloro che partecipavano attivamente al colpo.

Tutto ciò è stato ricostruito grazie anche, oltre alle intercettazioni, alle telecamere istallate dalle forze di polizia, che hanno potuto così ricostruire tutti i rapporti criminali esistenti tra i soggetti.

In particolare, è balzata agli occhi la collaborazione con Vittorio Di Giangi, detto Er Nasca, noto criminale romano che secondo le intercettazioni avrebbe operato saltuariamente con la banda del Tombini.

Del resto, si trattava di una vera e propria organizzazione gerarchica, anche di alto livello delinquenziale; si pensi che nel giugno scorso vi era stato anche il tentativo di svaligiare il Monte dei Paschi di Siena, segnatamente la sede sita in Firenze, Viale Guidoni.

Secondo quanto emerso dall’attività istruttoria tale banda operava anche su commissione, commettendo reati per conto di mandanti che piuttosto che metterci la faccia ci mettevano il denaro.

Ed è proprio questo ciò che è successo lo scorso luglio nell’incendio del centro sportivo ad Ardea.

Si è trattato di un reato su commissione; nello specifico, secondo gli inquirenti, commesso da Giulio Tombini, Antonio Bendiato e Marco Mannozzi, in concorso con Vittorio De Gangi, mandante dell’operazione.

I primi, sulla base di quanto emerso dalle indagini, avrebbero accettato l’incarico di incendiare il centro sportivo di Ardea verso un corrispettivo di 4.000 euro e si sarebbero quindi resi esecutori materiali del reato.

Con ogni probabilità il delitto rappresenta una ritorsione o un avvertimento che il Di Gangi, personaggio storico della malavita sin dal 1974, ha voluto mandare al proprietario del centro sportivo. Del resto Er Nasca non è nuovo a questo tipo di azioni, avendo costruito la sua professionalità grazie alla commissione di reati come l’usura, il traffico e spaccio di stupefacenti, l’estorsione, nonché l’omicidio, materie esclusive di Avvocati Penalisti.

Continue estorsioni ad Ardea

Ad Ardea non è nuova ad episodi incendiari, che periodicamente la colpiscono nei suoi punti più sensibili e forse la manovalanza dietro a certe vicende è sempre la stessa.

È un paese ormai privo di controllo, in balia di usurai e rapinatori che ne hanno fatto il proprio centro di affari, anche spostandosi da Roma, vista la proficuità della piazza e soprattutto vista la connivenza di alcuni appartenenti a categorie che nulla dovrebbero avere a che fare con certi ambienti.

L’episodio cui si è fatto riferimento ha il triste sapore della minaccia o della ritorsione tipica di altre zone d’Italia, che si credeva non presente sul lungomare laziale. E invece, a quanto pare non è la legalità che pian piano riconquista i territori dimenticati, ma l’illegalità che permea ciò che di buono era rimasto.

Abbassare per un attimo la guardia non è possibile, poiché l’avidità e la brama di potere sono dietro l’angolo, ad Aosta come a Palermo, a Trieste come a Napoli; in ogni Comune c’è chi tutto ad un tratto scopre il denaro, il potere e l’avidità, affezionandocisi come ad un famigliare. E allora ecco che vengono intessute trame che legano a doppio filo politica, criminalità, liberi professionisti e talvolta anche uomini religiosi, che non sono certo al riparo dalle debolezze umane solo per il fatto di indossare l’abito talare.

Il paese di Ardea, come ogni altro, va difeso dal fango in cui ormai è scivolato e il primo passo non può che essere costituito dal ripristino di un minimo di legalità, in primis nei luoghi istituzionali.

Tags: Diritto Penale, Ardea

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