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A distanza di circa due anni dai fatti che per qualche mese avevano terrorizzato le ragazze e le donne dei castelli romani, per la presenza di un presunto violentatore seriale, Maher Djebali, ragazzo tunisino di 27 anni, è stato condannato dal Tribunale penale di Velletri a 15 anni di reclusione, con l’accusa di violenza sessuale, sequestro di persona, rapina e percosse.

La condanna è arrivata nel marzo del 2014 e l’imputato potrebbe tornare in aula per la celebrazione del giudizio di appello.

In un primo momento invero l’impugnazione gli era stata negata a causa della ritenuta tardività del deposito dell’atto di appello; la Cassazione ha però recentemente annullato l’ordinanza della Corte di Roma, giudicando l’impugnazione regolare e, anche se solo per un giorno, ritualmente e tempestivamente depositata.

Per tali ragioni il processo di secondo grado si celebrerà e i giudici saranno chiamati a decidere sullo sconto di pena richiesto dall’imputato rispetto ai 15 anni di reclusione disposti dal Tribunale di Velletri.

Violenza dopo una uscita tra amiche

Tutto incominciava nel 2013, quando si verificava un episodio di violenza nei confronti di una giovane donna che si trovava a fare ritorno a casa dopo aver trascorso una piacevole serata con le amiche.

La studentessa era a bordo della sua autovettura, in Piazza Garibaldi, nel centro di Velletri, quando tutto d’un tratto veniva aggredita da un uomo alto, con l’accento straniero e il volto parzialmente coperto dal collo del maglione.

L’uomo si introduceva con la forza nella vettura della giovane ragazza, costringendola a sedersi sul sedile passeggeri, mentre lui guidava per le strade del paese sino a quando non raggiungeva un piazzale in Via dei Volsci.

Giunto lì, violentava la giovane studentessa e, al termine del rapporto, si rimetteva alla guida girando a caso per le vie di Velletri, con il solo scopo di tentare di confondere la ragazza, dopo di che scendeva dalla macchina e si allontanava portando con sé il telefono cellulare della vittima.

L’episodio si verificava il 20 febbraio del 2013, qualche giorno dopo un fatto analogo, in cui una donna aveva subìto la stessa sorte.

Questa volta in pieno pomeriggio, nel parcheggio di un supermercato, un uomo dall’accento straniero le si era avvicinato salendo con la forza all’interno della sua vettura e costringendola a guidare sino a un luogo in aperta campagna, ove la violentava e le sottraeva le poche decine di euro presenti nel portafogli, nonché la fede nuziale.

Non contento, in quell’occasione lo stupratore si faceva anche riportare in paese, facendosi lasciare in zona cimitero, il tutto continuando a minacciare la donna con un coltello.

Episodi dello stesso Stupratore

Fin da subito era apparso chiaro agli inquirenti il collegamento tra i diversi episodi.

Le analogie erano moltissime e non potevano che condurre alla conclusione secondo cui a rendersi colpevole di tali scempi era stata la stessa persona. In entrambe le occasione l’uomo si era fatto riportare a Velletri, in un luogo non distante dal cimitero comunale.

Decisiva per le indagini è risultata essere la pista del cellulare sottratto alla studentessa vittima del secondo stupro in ordine cronologico, anche se in un primo momento gli inquirenti che lavoravano sul caso erano stati tratti in inganno.

L’apparecchio telefonico era infatti finito in possesso di Aziz Fadir, amico del colpevole, che era stato quindi collegato immediatamente alle violenze subìte dalle donne; solo in un secondo momento si è chiarita la sua estraneità ai fatti.

Il Gip di Velletri infatti, una volta valutata la totale assenza di elementi a suo carico, non ne convalidava l’arresto.

Al contrario, la pista del cellulare unitamente alla prova del Dna, ormai prova principe di quasi tutti i processi, permettevano di identificare il reale responsabile degli abominevoli reati; si trattava di un amico dello stesso Aziz Fadir, Maher Djebali, di origini tunisine.

Un uomo perfettamente integrato nel nostro paese, in cui viveva da molti anni, tanto da aver anche contratto matrimonio con una ragazza italiana.

Viveva lui stesso a Velletri e, a quanto pare, un bel giorno decideva tutto ad un tratto di dedicarsi alle violenze sessuali, di cui non si aveva notizia nel suo passato.

Certo eventuali episodi simili magari accaduti nel paese d’origine non sono noti, ma per quanto riguarda la sua vita italiana non sono emersi precedenti di questo tipo.

La sentenza del tribunale di Velletri

Il Tribunale di Velletri si è pronunciato sui fatti sopra descritti con relativa tempestività, essendo la pronuncia di primo grado giunta a distanza di un anno circa dal verificarsi degli episodi.

Le accuse sono state molteplici, dal reato di sequestro di persona a quelli di percosse, rapina e violenza sessuale.

Con particolare riferimento a quest’ultimo, che nel caso di specie ha rappresentato lo scopo principale delle aggressioni, deve ricordarsi che questo è previsto dall’art. 609 bis c.p., che stabilisce l’applicazione della pena della reclusione da cinque a dieci anni per chiunque, mediante violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali; nei casi di minore gravità la pena può essere diminuita dal giudice in misura non eccedente i due terzi.

Ovviamente, nel caso dello stupratore di Velletri non si è trattato dell’unico reato contestato, indi per cui la pena ha subìto un incremento in virtù del concorso di più fattispecie di reato, sino ad arrivare alla pena della reclusione per anni 15.

 Avverso tale provvedimento infatti l’imputato ha proposto appello e, dopo un iniziale rifiuto della Corte d’appello di Roma di trattare il caso in ragione della ritenuta inammissibilità dell’impugnazione, la Suprema Corte ha stabilito che il secondo grado di giudizio si celebrerà, in considerazione della tempestività dell’atto presentato dalla difesa.

L'istinto di una vendetta più cruda

La prima cosa da evitare quando si esprimono opinioni in merito ad episodi di siffatta natura dovrebbe essere quella di scadere nel becero populismo e nel giustizialismo a tutti i costi.

Nel caso specifico sopra narrato gli elementi per il perfetto attacco ci sono tutti: un violentatore che non mostra alcun rispetto per le donne, un tunisino, quindi anche straniero e magari pure di fede musulmana. Il cocktail è completo.

Ma non serva a niente. Non esistono pene esemplari, che anzi sono la negazione stessa del principio costituzionale di cui all’art. 27 per il quale la pena deve tendere alla rieducazione del condannato.

La violenza sessuale è un reato molto particolare, che sino a qualche tempo fa era inserito dal nostro codice penale tra i reati contro la morale pubblica, come se l’unica vittima potesse essere il pudore della comunità e non anche la persona che concretamente la subisce.

È ovvio che non possono esser fatte generalizzazioni in ordine alla spinta motivazionale che è alla base di tale condotta, potendosi diversificare di caso in caso, ma senz’altro può essere osservato come forse l’unica via di prevenzione sia rappresentata da una corretta educazione.

Spesso possiamo notare che gli uomini che nell’età adulta o anche prima incorrono nella commissione di questo reato sono uomini cui è mancata l’educazione al rispetto femminile. Si tratta molte volte di uomini che sin da bambini sono stati permeati da atteggiamenti di prepotenza e di coartazione, vivendo a stretto contatto con la sottomissione femminile, non solo fisica, ma anche psicologica.

Capita allora di percepire la donna come un corpo dal quale trarre le proprie soddisfazioni, senza preoccuparsi troppo dei pensieri contenuti in quel corpo.

Ciò non significa, tuttavia, che anche di fronte al più barbaro dei reati dobbiamo cedere al pensiero del “chiudere a chiave la cella e gettare la chiave”. Ogni cittadino che crede in un briciolo di giustizia deve sempre aver presente quello che è il faro guida alla base della sanzione penale: il fine ultimo della rieducazione sociale del condannato.

Tutto il resto è solo vendetta e non ha che fare con la giustizia.

Tags: Velletri, Diritto Penale

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