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La Cassazione conferma la condanna di Alessio Burtone a 8 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale, avendo cagionato la morte dell’infermiera Maricica Hahaianu, colpendola con un pugno in pieno volto in seguito ad un diverbio degenerato in una vera e propria lite dinanzi al bar della stazione Anagnina (Roma).

La vicenda giudiziaria inizia quando Burtone viene condannato dalla Corte di Assise di Roma a nove anni di reclusione.

La Corte di Assise d’appello di Roma, con sentenza pronunciata il 4 dicembre 2012, riduceva la pena di un anno; sentenza poi confermata dalla quinta sezione della Corte di Cassazione.


Dopo aver trascorso 4 anni presso una casa circondariale, il Burtone ha ottenuto l’affidamento ai sevizi sociali e la possibilità di uscire sino alle 20.

Il procedimento giudiziario sopra richiamato attiene a un episodio che molti ricordano, sul quale per lungo tempo, non senza una certa speculazione, gli organi di informazione hanno discusso, ciascuno con le proprie opinioni e con i propri giudizi espressi prima ancora che lo facesse un tribunale.

Era l’8 ottobre 2010 quando presso la stazione metro dell’Anagnina iniziava un diverbio tra un ragazzo, Alessio Burtone e un’infermiera, mamma trentaduenne di un bambino. Entrambi erano in coda alla cassa del bar, come fanno centinaia di persone al mattino prima di salire sulla metropolitana e iniziare la giornata, quando per motivi futili è iniziata la lite, che non ha accennato a pacarsi e risolversi in breve tempo.

Dopo una serie di insulti e improperi, il Burtone sferrava un pugno in pieno volto alla Hahaianu, che immediatamente cadeva in terra priva di sensi, come dettagliatamente documentato dai filmati delle telecamere presenti alla stazione.

Trasportata d’urgenza presso il Policlinico Casilino di Roma, la donna moriva dopo alcuni giorni.

Trauma Cranico

Sin da subito appariva chiaro chi fosse il responsabile dell’accaduto. Le polizia giudiziaria provvedeva all’acquisizione dei filmati e alla raccolta di informazioni da chi era presente al momento del verificarsi dell’episodio.

La Procura disponeva inoltre l’autopsia sul corpo della donna, dalla quale emergeva che la causa del decesso era riconducibile ad un forte trauma cranico cagionato dal colpo che l’infermiera aveva subìto.

Sulla scorta delle superiori risultanze istruttorie, veniva emessa dapprima l’ordinanza di applicazione degli arresti domiciliari e poi il 18 ottobre 2010, il ragazzo romano veniva tradotto in carcere.

Il nodo da sciogliere durante le indagini prima e durante il processo poi era uno soltanto: cercare di capire se l’intenzione fosse quella di uccidere o no. Non vi erano dubbi sul nesso causale tra la condotta e l’evento, avendo l’autopsia dimostrato l’assenza di concause nella determinazione della morte; ciò significa che il decesso era riconducibile unicamente al colpo subito e ampiamente provato.

Omicidio preterintenzionale ex Art 584 cp

La Corte d’Assise di Roma ha ricondotto il fatto al reato di omicidio preterintenzionale, escludendo l’ipotesi dell’omicidio volontario. In altri termini, il ragazzo aveva sì l’intenzione di causare delle lesioni nel momento in cui sferrava il colpo, ma non aveva intenzione di uccidere.

Deve essere ricordato che tale reato è previsto e punito dall’art. 584 c.p., il quale stabilisce che chiunque, con atti diretti a commettere il reato di lesioni personali, cagiona la morte di una persona, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni.

L’omicidio preterintenzionale si differenzia dall’omicidio volontario, accusa che era stata invece elevata dalla Procura nei confronti del Burtone, per la differenza dell’elemento soggettivo; pur essendo lo schema condotta – morte il medesimo, nell’omicidio preterintenzionale l’intenzione non è quella di uccidere.

In sostanza si tratta di una di quelle poche fattispecie ereditate dall’originario codice Rocco in cui si prevede un elemento di responsabilità oggettiva: l’autore risponde di omicidio anche se tale ipotesi andava oltre la sua volontà.

Nel caso di specie, per mesi e mesi abbiamo assistito al dibattito giuridico di avvocati penalisti e il linciaggio televisivo sulla volontarietà o meno dell’atto.

V’era chi sosteneva che, quale ex pugile, il ragazzo fosse perfettamente in grado di capire come sferrare il colpo fatale e, pur trattandosi apparentemente di un pugno che nelle menti di ciascuno di noi non potrebbe mai essere idoneo ad uccidere, nel suo caso questo era stato dato con perfetta cognizione di causa, con l’intenzione finale di “far fuori” l’infermiera.

V’era inoltre chi speculava sulla nazionalità romena della donna, approfittando dell’accaduto per iniziare a parlare dell’arroganza di chi ci viene a rubare il lavoro.

Insomma, nulla di tutto ciò che si è detto ha a che fare o attiene anche solo minimamente ad un profilo giuridico.

Correttamente la Corte d’Assese di Roma ha pertanto ricondotto i fatti nel reato di cui all’art. 584 c.p. e condannato l’imputato, probabilmente in seguito alla concessione delle attenuanti generiche, alla pena di anni nove di reclusione.

La tragedia della futile lite

La tragica morte verificatasi in seguito agli episodi dell’anagnina ha suscitato molti dibattiti e aperto un confronto su una problematica che purtroppo nelle aule di Tribunale viene affrontata spesse volte: come è possibile capire l’intenzione che c’è dietro a un colpo, un’aggressione anche feroce?

La linea di confine tra l’omicidio volontario e l’omicidio preterintenzionale è sottilissima e il giudice è costretto a viaggiare in bilico su di essa sperando di scegliere la direzione giusta.

Certo, vi sono casi in cui è certamente più semplice addivenire ad una conclusione per l’una o per l’altra ipotesi; si pensi a chi, dopo aver pistato a sangue una persona, continui a percuoterla con violenza. In questo caso non si può certo affermare che l’intenzione fosse solo quella di ledere senza essere consapevoli di provocare in tal modo la morte della vittima.

Ma per il ragazzo romano dell’anagnina non è stato così. Non si era di fronte ad una vicenda dai contorni netti.

Senza voler entrare nei dettagli tecnici affrontati dalla Corte d’Assise, è però necessario chiedersi in maniera del tutto profana e da non esperti del diritto chi mai avrebbe pensato che con un pugno la persona che abbiamo colpito sarebbe morta.

Probabilmente nessuno al posto del ragazzo romano avrebbe mai anche solo previsto un simile esito, che lui stesso purtroppo ha subìto, avendo scontato quattro anni in carcere ed essendo ancora soggetto ai dettami dell’autorità giudiziaria.

A volte ci si ritrova in situazioni più grandi di noi. È facile stigmatizzare, lui l’ha colpita, lei è morta, lei è la santa, lui un assassino. Ma il diritto, così come la vita, coglie le sfumature, che sono molto più ampie dei pensieri netti di chi a volte si esprime.

Un giorno come gli altri si va a prendere la metro, nervosi, assonnati, stanchi; si battibecca per una scemenza e si perde la testa. Il colpo non è in alcun modo giustificabile e nessuno stato d’animo alterato o nessuna stanchezza può giustificare la condotta di chi per primo usa violenza, ma è assurdo che da ciò possa scaturire una tragedia del genere.

Perché, va ricordato, in questi casi le vittime sono due.

Tags: Diritto Penale, Anagnina, Sentenze

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