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Il 13 dicembre 2011 il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Roma si è pronunciato su uno degli argomenti più discussi dell’urbanistica della città di Roma, ossia la problematica relativa alle “Terrazze del Presidente”, assolvendo il costruttore Antonio Pulcini insieme ad altri 16 tra funzionari dell’Ufficio Condono del Comune di Roma e del Municipio di Ostia.

Si tratta di un comprensorio edificato a ridosso di Castelporziano, nelle vicinanze della tenuta estiva del Presidente della Repubblica, posto all’attenzione dell’autorità inquirente per essere stato progettato e costruito in assenza dei relativi permessi, integrando quindi un abuso edilizio punibile, oltre che sotto il profilo amministrativo, anche penalmente.

Sebbene molti dubbi fossero sorti relativamente alla legittimità delle suindicate edificazioni, il Giudice ha così deciso: per gli anni dal 1990 al 1993 vi è effettivamente stata lottizzazione abusiva, da considerarsi ormai prescritta, dal 1993 al 2003 non vi è stata alcuna attività edilizia, per cui non si è configurato alcun reato e, infine, dal 2003 al 2008 vi sono stati degli interventi di completamento delle strutture preesistenti, con regolari e frequenti concessioni in sanatoria del Comune di Roma, per un totale di 970.

L'acquisto dei terreni                                                                                 

La vicenda delle Terrazze del Presidente ha origine nel 1984, anno in cui il costruttore Antonio Pulcini tentò di acquistare i terreni dell’area della Federconsorzi di proprietà dell’Acilia Agricola, operazione resa possibile dall’impegno del più ampio gruppo Grassetto di Ligresti a rilevare i terreni dalla Federcosorzi per la cifra totale di 21 miliardi di lire.

La concessione edilizia era rilasciata dalla Regione Lazio il 30 maggio del 1990, prevedendosi la realizzazione di un complesso edilizio comprendente negozi e uffici; se non che, il 1° febbraio 1995 la concessione in questione veniva annullata da una sentenza del Consiglio di Stato, il quale aveva ravvisato l’insufficienza dell’urbanizzazione dell’area e già dal 2 luglio 1993 aveva ordinato la sospensione dei lavori.

Nel frattempo, tuttavia, erano stati edificati 12 edifici da 9 piani, per una superficie lorda complessiva pari a 110.000 mq per un totale di 724 unità immobiliari.

Solo successivamente, grazie ai reiterati condoni che sistematicamente sono stati concessi dai governi che in quegli anni si sono avvicendati, è stato possibile di volta in volta sanare sotto il profilo amministrativo le costruzioni già eseguite. In primo luogo il condono tombale del 1994 del governo Berlusconi, in secondo luogo i seguenti accordi dapprima con la giunta Rutelli e successivamente con quella targata Veltroni, che hanno consentito il rilascio costante e periodico di concessioni in sanatoria e hanno consentito al complesso edilizio di resistere negli anni agli attacchi dei Tribunali amministrativi.

Cambio di destinazione d'uso

L’attività investigativa che ha condotto al processo conclusosi nel 2011, e prima ancora al sequestro preventivo degli edifici il 19 dicembre 2008, aveva ad oggetto due delle richieste di condono avanzate nel 1995 dall’Eur Servizi Terziari, società titolare delle concessioni, che ad avviso degli inquirenti erano da considerarsi inammissibili perché corredate da false perizie giurate.

Nello specifico, al fine di ottenere il condono era necessario dimostrare di aver richiesto il cambio di destinazione d’uso, da produttivo a residenziale, per le opere abusivamente realizzate prima del 31 dicembre 1993. Proprio in relazione a tale scadenza veniva giudicato falso il verbale di sopralluogo del 3 giugno 2003, in cui si attestava l’avvenuto cambio di destinazione, nonché il progetto presentato per il frazionamento degli edifici costruiti in 1.367 unità immobiliari, non rispondente secondo gli inquirenti a quanto effettivamente realizzato.

In sostanza, la EUR Servizi Terziario risultava aver attestato circostanze non corrispondenti al vero al solo scopo di beneficiare del condono.

Del resto, il cambio di destinazione d’uso in un momento successivo è utilizzato come il cemento: si ottiene la concessione per l’edificazione di uffici e, puntualmente, si mettono sul mercato appartamenti residenziali da vendere a privati. Si tratta del più classico degli “inciuci”, che per essere realizzato di solito richiede l’accordo, o quantomeno la compiacenza, di costruttori, impiegati dell’ufficio tecnico del Comune e uomini politici, meglio ancora se assessori o addirittura sindaci.

La sentenza di assoluzione e prescrizione

Il Gup del Tribunale di Roma nella vicenda in oggetto ha pronunciato una sentenza di assoluzione che certamente non ha lasciato indifferenti, anzi, in molti casi ha suscitato un vero e proprio clamore, dovuto alla malafede che i più maliziosi hanno voluto leggere tra le righe del provvedimento, il quale, ad avviso dei detrattori, rappresenterebbe l’ultimo atto di una serie di compiacenze iniziate negli anni 80 nei confronti dei costruttori.

Il giudice ha in primis preso in esame le opere di urbanizzazione primaria oggetto di convenzione tra il Comune di Roma e la EUR Servizi Terziari, ossia quelle opere quali strade e linee di trasporti che usualmente vengono inseriti negli accordi che conducono alle concessioni: il costruttore si impegna a realizzare opere di interesse dell’amministrazione pubblica e in cambio ottiene lo scomputo delle somme dagli oneri concessori che deve versare al Comune.

In tali opere era stato inserito anche il raddoppio della carreggiata della Via Acilia, il quale però dal 1999 al 2008 non è mai stato realizzato, così come non è mai stato realizzato il sottopasso previsto all’altezza della Cristoforo Colombo, benchè viceversa gli appartamenti fossero già stati venduti.

Il Gup non ha però ravvisato alcuna discrepanza tra i progetti e quanto effettivamente realizzato, così come ha affermato in sentenza la non variazione del numero di abitanti dell’area interessata, arrivando quindi ad asserire che la vendita di 1.367 unità immobiliari non aveva determinato alcun “affollamento” della zona.

Secondo il giudice, la convenzione stipulata dal Comune di Roma ha rappresentato una legittima decisione da parte dell’amministrazione di procedere ad una scelta urbanistica, ed essendo state inserite nei progetti anche le previsioni relative alla viabilità locale non può parlarsi di incompatibilità urbanistica. Certo, resta l’abuso consistito nell’aver costruito circa 110.000 mq senza regolare concessione, annullata dal Consiglio di Stato, ma alla data della celebrazione del processo tale illecito, sanzionato ai sensi dell’art. 44 del d.P.R. 380/2001 è risultato prescritto.

Da un lato quindi il reato è stato escluso, dall’altro lato la sentenza dà conto altresì del perché deve escludersi anche l’illecito amministrativo. E infatti, secondo il Gup, il complesso delle “Terrazze del presidente” sarebbe pienamente compatibile con il Piano Regolatore Generale del 2008 (sorvolando sulla circostanza che al momento della loro costruzione avrebbero dovuto esser compatibili con il PRG del 1965 allora vigente), e inoltre il complesso appare condonato nelle singole unità immobiliari.

Né si può contestare che l’idea iniziale fosse quella di realizzare un complesso ad uso residenziale, in quanto, sempre secondo la sentenza, in base agli accertamenti fatti negli anni 90 gli edific risultavano conformi alla destinazione per cui erano stati costruiti, ossia in origine la destinazione produttiva, negozi e uffici.

I costruttori e i funzionari coinvolti sono usciti pertanto da questa vicenda perfettamente puliti.

Le controverse teorie

Le zone d’ombra della superiore sentenza sono diverse, tutte ben sottolineate dai sostenitori di teorie complottistiche secondo cui l’asse imprenditoria – politica si sarebbe estesa sino alla magistratura.

Non tutto è condivisibile, ma vi è certamente un aspetto che sotto il profilo giuridico merita una segnalazione: il termine da cui la prescrizione inizia a decorrere.

Va infatti ricordato che l’abuso edilizio è reato permanente e progressivo, con la conseguenza che il termine prescrizionale deve essere ancorato al momento in cui cessa l’abuso, che coincide normalmente con il momento dell’accertamento e la sottoposizione delle opere a sequestro.

Nel caso di specie il reato di lottizzazione abusiva è stato cristallizzato al 1993 e da quel momento è stato fatto partire il termine di prescrizione. Tuttavia, potrebbe non essere stato adeguatamente considerato che il reato si è protratto sino al 2008, anno in cui l’autorità ha disposto il sequestro preventivo del complesso immobiliare.

 

Tags: Diritto Penale, Acilia, Sentenze

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