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Dopo circa dieci anni è giunta la conferma definitiva da parte della Corte dei Conti della condanna di L., impiegata addetta alle riscossioni della Asl Roma H di Albano Laziale, al risarcimento dei danni cagionati con la sua condotta all’Azienda Sanitaria.

Questa è stata infatti accusata di aver sottratto parte dei soldi dei ticket pagati dagli utenti alla Asl.

Non solo, la donna ha subìto per tali fatti anche un processo penale, tuttora pendente dinanzi alla Corte d’appello di Roma, che in primo grado gli è valso la condanna da parte del Tribunale penale di Velletri a quattro anni di reclusione per peculato.

Gli uffici della Asl di Albano Laziale, per prassi inveterata, prevedevano che i ticket venissero raccolti e incassati in due diversi sportelli; questi erano poi consegnati a fine giornata da tale addetti ad una loro collega, la quale provvedeva a redigere il riepilogo giornaliero delle entrate da consegnarsi al direttore amministrativo.

Il denaro risultante da tale riepilogo veniva invece consegnato ad un terzo dipendente che aveva l’impegno ogni settimana di eseguire il versamento presso la tesoreria.

Queste le abitudini di un ufficio storico. Eppure a un certo punto qualcosa si è rotto, il meccanismo si è inceppato e parte degli ingranaggi hanno finito con il rendersi colpevoli di reato.

Per oltre due anni il giro di denaro dei ticket si è spezzato e una buona fetta dei soldi è finita nelle tasche di una degli impiegati addetti alla riscossione, L.

È sempre così. Chi ha a che fare con il denaro prima o poi finisce con il cadere in tentazione, specie se si tratta di somme appartenenti alla casse statali per le quali difficilmente qualcuno verrà a chiedere il conto, in particolare in un ufficio in cui si lavora da anni e si sono ormai costruiti rapporti solidi basati, oltre che sull’usuale cortesia tra colleghi, su vere e proprie amicizie.

Ci si sente in una botte di ferro. Non si sta rubando a un privato, che subito potrebbe avere reazioni sconsiderate, ma si sta rubando ad un ente pubblico, a chi importa. Questo è quello che pensano tutti coloro che si rendono autori di reati contro la pubblica amministrazione, ignorando quant’è sciocco rubare a se stessi.

Alla fine però il conto arriva ed è molto spesso salato.

La Procura della Repubblica di Velletri, competente per territorio, ha iniziato a indagare sull’ammanco di fondi depositati presso la tesoreria rispetto a quanto versato dai contribuenti e così si è accorta che qualcosa non andava, che presumibilmente vi erano gli estremi per l’individuazione di una penale responsabilità.

Indagini sui soldi dei ticket mancanti

Dopo aver evidenziato le discrepanze tra le somme risultanti dal sistema informatico e i riepiloghi fatti invece dall'impiegata, questa veniva convocata in Procura per essere sentita in qualità di persona sottoposta ad indagini e subito ammetteva le proprie colpe.

Ella confessava infatti di aver sottratto per la precisione un totale di euro 3.940, sottolineando di averli però restituiti alla Asl.

L’attività investigativa non aveva però portato agli stessi risultati che la Sig.ra L. aveva posto all’attenzione del magistrato inquirente in sede di interrogatorio, anzi, le somme sottratte secondo quanto risultante dalle indagini erano molto lontane dai 4.000 euro circa ammessi dall’indagata.

Tra il 2000 e il 2002 gli inquirenti avevano rilevato un ammanco di denaro per una somma pari a euro 166.674.

Sentenza della Corte dei Conti responsabilità funzionario pubblico

Le superiori risultanze hanno portato all’inizio di due diversi procedimenti, uno dinanzi alla Corte dei Conti, per l’accertamento delle responsabilità di un funzionario della pubblica amministrazione in ordine al danno economico da quest’ultima subìto e uno dinanzi al Tribunale penale di Velletri per il reato di peculato.

Va ricordato che tale delitto, previsto e punito dall’art. 314 c.p., sanziona con la pena della reclusione da quattro a dieci anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, avendo per ragioni del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di danaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria.

Si tratta di un reato c.d. proprio, in quanto il soggetto agente deve rivestire la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di un pubblico servizio; tuttavia, la fattispecie è integrata anche quando il fatto sia commesso da un soggetto privato qualora egli agisca in accordo con il soggetto interno alla pubblica amministrazione.

Come visto, la pena applicata non è delle più tenui, tutt’altro, ragion per cui i dipendenti pubblici dovrebbero quanto mai riflettere prima di rendersi colpevoli della condotta incriminata.

Sotto il profilo penale, L. è stata riconosciuta come colpevole dal Tribunale di Velletri, il quale, atteso il suo stato di incensuratezza e avuto riguardo alle modalità di commissione del reato, ha ritenuto congruo applicare la pena edittale minima, condannandola a quattro anni di reclusione. È stato poi introdotto il giudizio di secondo grado dinanzi alla Corte d’appello di Roma, ove la sentenza predetta è stata impugnata.

Diversamente, sotto il profilo amministrativo, la Corte dei Conti ha condannato la donna alla restituzione di quanto sottratto all’Azienda Sanitaria, condannando in via sussidiaria anche il direttore amministrativo, responsabile per omesso controllo sulla gestione della cassa da parte della dipendente, in capo al quale è stata quindi riconosciuta una culpa in vigilando, per cui egli è stato chiamato al versamento della somma di euro 25.000.

Entrambi hanno impugnato il superiore provvedimento e, dopo diversi anni, i giudici contabili si sono pronunciati sulle censure dei ricorrenti, rigettandole.

Dopo aver effettuato nuove verifiche, la Corte dei Conti ha confermato invero le condanne, riducendole di una piccola parte: L. dovrà rimborsare all’Azienda Sanitaria la somma di euro 157.806 e il direttore dovrà pagare euro 24.262.

Reati contro la pubblica amministrazione

I reati contro la pubblica amministrazione rappresentano molto probabilmente uno dei mali peggiori che affligge il nostro paese. Questo perché si tratta di illeciti non legati a particolari aree territoriali o a determinati ceti sociali, ma piuttosto costituiscono i reati più democratici che ci siano: il peculato, così come la concussione o l’abuso di ufficio, sono commessi dal dirigente come dal funzionario o dal semplice impiegato, a Trieste come a Lecce.

Ad oggi i detenuti per reati contro la pubblica amministrazione sono 6.987, di cui però coloro che sono stati condannati per peculato, corruzione o concussione rappresentano la minima parte, atteso che la maggior parte, oltre 5.000, sono stati condannati per violenza o resistenza a pubblico ufficiale.

Da tali dati è facile desumere una considerazione: pur essendo una delle tipologie di reati più diffusa in Italia, quella dei delitti commessi contro la pubblica amministrazione rappresenta ancora oggi una fascia di reati non adeguatamente perseguita.

La sua capillare diffusione è tanto ampia quanto è scarsa l’attività diretta a debellare certi fenomeni, a denunciarli e, soprattutto, a condannarli.

Non molto spesso si arriva ad una condanna definitiva, pur svolgendosi costantemente indagini sul corretto operato degli impiegati pubblici.

Vi sono poi ipotesi in cui il reato neppure emerge, essendo tenuto ben nascosto dai diretti interessati e anche dalla stessa vittima. Si pensi ad esempio al reato di concussione, in cui è il pubblico ufficiale a costringere il privato a dare o promettergli denaro a altra utilità; in tale ipotesi, pur essendo il privato cittadino concusso e coartato nella sua volontà, è probabile che scelga comunque di non denunciare l’accaduto per non subire le conseguenze che si produrrebbero sul suo lavoro, specie se svolge attività imprenditoriale.

Ma una florida economia deve necessariamente liberarsi della coltre dei reati contro l’amministrazione pubblica, ossia contro l’amministrazione di un patrimonio che appartiene ad ogni cittadino, e per questo vengono in aiuto gli avvocati penalisti di Roma.

Tags: Albano Laziale, Diritto Penale

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