Warp

Avvocati per zone

Cerca un Avvocato. Avvocati divisi per zone e competenze.

Zone

Pagekit

Contatto diretto

Fai una domanda. Contatta direttamente il professionista scelto.

Ricevi Assistenza 

UIkit

Consulenza Mirata

Parla con gli Avvocati più quotati nello specifico settore di tuo interesse.

Consulenza 

ostia clan fascianiNel settembre 2015 veniva confermata dalla Corte d’appello di Roma la condanna nei confronti degli imputati del clan Fasciani, accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Per la prima volta il Tribunale di Roma, poi seguito dalla Corte d’appello, riconosceva all’organizzazione operante ad Ostia la stigmata della natura mafiosa, confermando ciò che già da tempo tutti sapevano: in tale località si è in mano ai clan mafiosi, che come in altre parti d’Italia più avvezze a tali qualifiche, fanno accordi e ogni tanto consumano qualche battaglia per la gestione delle varie attività illecite sul territorio e per la conseguente spartizione dei profitti.

La Mafia del litorale romano

Dai tempi della celeberrima e cinematografica banda della Magliana, a Roma non si pronunciava più la parola mafia, che nel 2015 è parsa invece essere tornare tanto di moda nei Tribunali capitolini: dalle condanne per mafia ad Ostia sino all’ormai abusata Mafia Capitale.

Che sul litorale romano, nell’area del X Municipio di Roma, vi fosse odore di organizzazioni di stampo mafioso lo avevano capito anche soggetti dall’olfatto poco buono. Da ormai decenni clan mafiosi si avvicendano nella gestione delle attività del Lido di Ostia, a volte con continuità, a volte con repentini cambi di vertici eseguiti a suon di pallottole.

A dirci tutto ciò, per chi non ne fosse al corrente, è intervenuto il processo effettuato nei confronti dei membri del clan Fasciani, uno dei più importanti di Ostia, in cui per la prima volta dopo tanto tempo si è tornati ad utilizzare il termine mafia e ad elevare un’accusa per il reato previsto e punito dall’art. 416 bis c.p.

Un’organizzazione criminale di stampo mafioso

I fatti accertati attestavano la sussistenza di un’organizzazione criminale facente capo alla famiglia Fasciani, il cui vertice era rappresentato proprio da Carmine Fasciani, leader del clan. Egli aveva creato una vera e propria struttura piramidale che assoggettava al suo volere ogni persona influente del litorale romano; a libro paga dell’associazione vi era infatti un direttore di banca, il custode giudiziario del FaberVillage, il celeberrimo stabilimento balneare che la sera si trasforma in discoteca sulla spiaggia, il commercialista Proteo, che per anni aveva curato le pratiche amministrative della società Il Porticciolo Srl, nonché i dipendenti dell’Enasarco, Ente di Previdenza degli Agenti di Commercio, che avevano accettato di incassare tangenti per fare in modo che alcuni immobili finissero nella disponibilità dell’associazione.

Usura e estorsioni il campo d’azione della banda

Le attività in cui la famiglia si cimentava erano innumerevoli e variegate: dall’usura alle estorsioni compiute con atti di intimidazione, se necessario anche a mano armata, sino al porto e alla detenzione di armi. Non solo, venivano svolte anche operazioni apparentemente legali che consentivano di investire in attività lecite i proventi così acquisiti, effettuando l’accaparramento di attività economiche tramite interposizioni fittizie per la gestione dei beni acquistati tramite i guadagni effettuati, oltre che con le attività illecite sopra descritte, anche attraverso lo spaccio di droga.

Il boss Fasciani riusciva a gestire l’intera organizzazione anche nei periodi di detenzione nei luoghi di cura, trasformando l’Aurelia Hospital e la Clinica Villa Faiera di Fiumicino in vere e proprie sale meeting ove ricevere persone e concordare le direttive d’azione per la gestione quotidiana degli affari.

Per comprendere quale fosse la reputazione criminale di Carmine Fasciani, basti pensare che grazie a lui poteva tornare a casa ad Ostia anche un uomo quale Carmine Spada, detto Romoletto, boss di un diverso clan da tempo costretto all’esilio forzato.

La sentenza di primo grado: 14 condanne

Alla luce del superiore panorama, emerso e prontamente ricostruito nelle aule di Piazzale Clodio, dinanzi alla X sezione penale del Tribunale di Roma, i giudici condannavano 14 persone, alle quali veniva inflitta una pena complessiva di oltre 200 anni di carcere.

Segnatamente, il boss Carmine Fasciani veniva condannato a 28 anni di reclusione, il fratello Terenzio a 17 anni e anche le figlie Azzurra e Sabrina, evidentemente coinvolte negli affari di famiglia, riportavano condanne rispettivamente a 25 e 11 anni di reclusione.

Oltre al nucleo famigliare stretto, ad esser condannati in quanto membri del sodalizio criminoso erano anche Riccardo Sibio, Gilberto Colabella, Mirko Mazzoni, Danilo Anselmi, Ennio Ciolli, Emanuele Cocci ed Eugenio Ferramo. Riuscivano invece a cavarsela con un’assoluzione Nazareno Fasciani, uno dei figli del boss, nonché Vito e Vincenzo Triassi, membri di un altro clan opposto a quello dei Fasciani nel territorio di Ostia.

Tutti i condannati sopranominati veniva dunque riconosciuti colpevole del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Il delitto di asssociazione di stampo mafioso

Tale delitto si configura, come previsto dall’art. 416 bis c.p., quando tre o più persone costituiscono un’associazione che appunto possa essere definita di tipo mafioso. Secondo la norma, ciò avviene quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.

In tal caso la pena è quella della reclusione da sette a dodici anni, mentre è aumentata, da nove a quindici anni se l’associazione è armata, ossia quando i partecipanti hanno la disponibilità di armi o materie esplodenti per il conseguimento delle finalità dell’associazione, anche se occultate o tenute in un luogo di deposito.

Alla gravità delle pene previste si aggiunge un’ulteriore statuizione che prevede il loro aumento da un terzo alla metà ogniqualvolta le attività economiche di cui gli associati intendano assumere o mantenere il controllo siano finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto o il profitto dei delitti commessi.

Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà.

La decisione della Corte d’appello: è Mafia

Nel settembre 2015, relativamente presto rispetto alle condanne in primo grado intervenute a gennaio dello stesso anno, la Corte d’appello di Roma confermava l’impianto accusatorio già prospettato e accolto dal Tribunale, ribadendo la fondatezza e la legittimità delle condanne intervenute.

Veniva inoltre disposto un risarcimento per Roma Capitale, costituita parte civile, per un milione di euro, nonché un risarcimento di 500.000 euro da pagarsi in favore della Regione Lazio e, infine, 100.000 euro per ciascuna delle parti civili Libera di Don Ciotti e Associazione Caponnetto e Sos Impresa, associazioni titolari e rappresentanti dei beni giuridici offesi dagli imputati.

I giudici sono poi andati addirittura oltre, rimettendo gli atti al pubblico ministero affinchè indagasse e approfondisse la posizione di due commercialisti, il cui nome era stato fatto nel corso del processo, presumibilmente coinvolti nelle attività illecite del clan.

Da ultimo, si disponeva la confisca di tutte le società riconducibili agli imputati.

Finalmente anche da noi la Mafia ha il suo vero nome

La sentenza in oggetto, come già detto, ha il sapore dell’innovazione poiché dopo moltissimo tempo finalmente si è avuto il coraggio di qualificare correttamente una serie di attività criminose che non possono avere altro nome se non quello di mafia.

Con tale pronuncia si è finalmente ratificata una situazione, quella di Ostia, che oramai per la capitale è divenuta un vero e proprio cancro di cui è necessario liberarsi al più presto, prima che esso si espanda anche ad altri quartieri sino a conquistare l’intera città, che ha già i suoi problemi, anche di natura mafiosa.

Ancorchè doloroso, nascondere la testa sotto la sabbia non serve. Occorre al contrario prendere coscienza e, solo allora, si potrà cominciare una lotta vera, sempre che a qualcuno interessi.

Tags: Diritto Penale, Ostia, Sentenze

Sei un Avvocato? Leggi cosa dicono di te.

 
recensioni

Recensioni

Farsi recensire online dai propri clienti è il migliore passaparola per far crescere la propria professione.

aumento visibilità avvocato

Foto e Descrizioni

Foto e descrizioni complete assicurano un maggiore impatto sul coinvolgimento dell'utente.

Leggi ora le Recensioni