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Guerriglia urbana a San GiovanniGià da giugno 2015 sono cominciate ad arrivare le prime condanne definitive per le decine di persone che si erano rese responsabili degli scontri del 15 ottobre 2011 nel corso di una manifestazione che partiva da Piazza della Repubblica per arrivare poi a concludersi a San Giovanni.

La scorsa estate la Cassazione ha infatti confermato le condanne in appello nei confronti di Davide Rosci, Cristian Quatraccioni e Mauro Gentile, apportando una lieve riduzione di pena in conseguenza del riconoscimento delle attenuanti generiche.

La condanna in terzo grado ha quindi inflitto sei anni di reclusione al primo, cinque anni al secondo e quattro anni e otto mesi al terzo. Tutti accusati di devastazione e saccheggio commessi in occasione della predetta manifestazione.

Con la stessa pronuncia la Cassazione ha invece annullato la sentenza di condanna a cinque anni di reclusione pronunciata in appello nei confronti Marco Moscardelli, rinviando alla Corte affinché celebri il nuovo giudizio.

I terribili scontri di quel giorno

Nel settembre 2015 il pubblico ministero di Roma ha infatti chiesto ulteriori condanne per altri partecipanti alla manifestazione, di cui la più grave ammonta ad 11 anni di reclusione, mentre le altre richieste si aggirano dai 3 ai 9 anni.

I reati contestati sono molteplici, oltre alla devastazione e saccheggio si procede per i reati di incendio doloso, resistenza aggravata a pubblico ufficiale, turbativa dell’ordine pubblico, interruzione di pubblico servizio e lesioni.

Una legittima manifestazione degenerata in violenza

Tutto è nato in quel giorno di ottobre del 2011, in cui, in un panorama di deprimente precarietà economica, era stata organizzata una manifestazione per dire no alla politica dell’austerità, al rigore del debito che impediva ai cittadini, e impedisce in parte tuttora, di respirare aria non tassata, di avere un impiego con una retribuzione giusta e proporzionata al lavoro svolto, secondo i dettami della Costituzione.

E, come spesso avviene, manifestazioni che nascono con un nobile scopo si trasformano in occasione di riunione per i più facinorosi, per chi in realtà non ha motivo di protestare ma partecipa con il solo scopo di creare disordini. A farne le spese sono proprio coloro che invece sono lì per far sentire il proprio grido di dolore, di protesta, di disperazione per una quotidianità che è sempre più difficile affrontare, tra pagamenti che non si possono effettuare, e un futuro sempre più annebbiato che pian piano svanisce nella disoccupazione e tra le cartelle di Equitalia.

Lacrimogeni e scontri con la polizia a San Giovanni

La manifestazione di San Giovanni non ha fatto eccezione.

In quel 15 ottobre la nota piazza del quartiere, dinanzi a una delle basiliche più belle del mondo, si è consumata una guerriglia. Lancio di lacrimogeni, scontri con le forze di polizia, cariche dei celerini, devastazione e desolazione.

Ma l’episodio che ha fatto più scalpore e che è subito divenuto il simbolo tetro di quella giornata di sospensione dell’ordine pubblico è stato quello rappresentato dalle immagini di un gruppo di giovani che con il volto adeguatamente coperto, come nelle migliori tradizioni, si scagliano contro un blindato dei carabinieri, urtandolo con manganelli, sfollagente, bastoni e ogni altro tipo di oggetto idoneo a contundere.

Per non parlare dell’altra immagine fortemente rappresentativa della follia di quel giorno: un ragazzo, poi rivelatosi uno studente di buona famiglia, che con il volto coperto era intento a lanciare un estintore verso le forze dell’ordine, con il serio rischio di ferire o addirittura uccidere qualcuno.

Dopo le cariche, il lancio di lacrimogeni e le reazioni dei manifestanti, non rimaneva altro che una bellissima piazza devastata.

Per individuare i colpevoli niente maxi operazioni

Per punire i facinorosi della manifestazione degli Indignados è stata adottata una strategia differente rispetto a quanto fatto in passato in occasione di episodi simili. Non ci sono state maxi operazioni come quelle messe in atto in occasione del G8 di Genova o quelle contro il movimento No-Tav di Torino.

La Procura di Roma ha proceduto con una serie di operazioni minori, che di volta in volta hanno portato all’identificazione dei colpevoli dei singoli episodi e alla celebrazione dei processi.

I primi arresti alla manifestazione, gli altri individuati in seguito

Già durante quella giornata erano stati effettuati i primi arresti; ovviamente delle persone che era stato possibile fermare in flagranza di reato. Per gli altri è stata invece necessaria un’attività investigativa volta all’individuazione, non sempre agevole, dei responsabili opportunamente travisati.

Muovendosi in questo modo la Procura ha potuto incardinare tanti procedimenti diversi, tutti spezzettati nel tempo, ed evitare il pericoloso effetto della solidarietà tra imputati, giungendo più facilmente alle sentenze di condanna.

Una prima operazione è avvenuta nell’aprile del 2012, che ha dato luogo all’applicazione di 13 misure cautelari, cui ne è seguita un’altra nel novembre dello stesso anno che ha condotto a cinque arresti. Di lì in poi è iniziata una lunga serie di processi che, come detto, sta pian piano trovando conclusione.

Le accuse di devastazione e saccheggio

Competente a pronunciarsi sui fatti di San Giovanni è stato ovviamente il Tribunale di Roma.

Per l’occasione è stato rispolverato il tanto discusso reato di devastazione e saccheggio, previsto e punito dall’art. 419 c.p., il quale statuisce la pena da otto a quindici anni di reclusione per chiunque commetta fatti di devastazione o di saccheggio. Il secondo comma prevede poi un aumento di pena nei casi in cui il fatto sia commesso su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito.

Va segnalato che la superiore norma ha tuttavia carattere residuale, poiché si applica soltanto qualora i fatti commessi non integrino la fattispecie di cui all’art. 285 c.p., relativo al più grave reato di devastazione, saccheggio e strage. Quest’ultimo è un delitto di attentato che si configura ogniqualvolta alle condotte di devastazione e saccheggio si unisca anche la morte di una o più persone, tanto che la pena prevista è quella dell’ergastolo.

L’attualità di norme eredità del ventennio fascista

Non c’è dubbio che il superiore gruppo di disposizioni normative costituisce l’eredità del nostro codice penale, redatto in negli anni 30 in piena epoca fascista ed è questo il motivo per cui sempre più spesso si esprimono auspici di riforma di alcune delle fattispecie che ad oggi appaiono ormai troppo ancorate al ventennio e comunque non più attuali.

Per dir la verità, la giurisprudenza ha spesso lasciato nel dimenticatoio tali norme, che ormai solo in rarissimi casi vengono contestate dal pubblico ministero. Eppure in questi ultimi anni, dinanzi alle sempre più feroci reazioni di forze dell’ordine e manifestanti in occasione di riunioni che dovrebbero essere pienamente pacifiche, si è tornati a fare utilizzo di disposizioni che certamente appaiono attagliare meglio ad altri contesti storici.

Le condanne inflitte in base alle norme

Facendo ricorso al reato di cui all’art. 419 c.p., il Tribunale di Roma ha pronunciato condanne a sei, cinque e quattro anni di reclusione, in attesa che si pronunci sulle più pesanti richieste avanzate dalla Procura da poche settimane.

Alcune pene sono state ridotte in conseguenza della scelta di riti alternativi, come il giudizio abbreviato, che, se preferito dall’imputato al giudizio ordinario, comporta la riduzione della pena di un terzo.

Quando la protesta degenera le colpe non sono sempre di una sola parte

Volendo riflettere per un attimo su quale sia la giusta reazione dello Stato, mediante le forze dell’ordine e la magistratura, a manifestazioni che si trasformano in una contestazione violenta dell’ordine precostituito, è necessario ponderare bene quale posizione assumere.

Non si può assumere la posizione del bianco o del nero, del giusto o sbagliato, della piena solidarietà ai manifestanti o viceversa alle forze dell’ordine.

Certo è che in uno stato democratico, in cui la Costituzione garantisce e protegge il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e di associarsi e riunirsi a tale scopo, anche in luoghi pubblici, è sempre bene sottolineare come la presenza massiccia e provocatoria di celerini sia sempre pericolosa. La repressione non è la via da percorrere e non dovrebbe neppure essere contemplata in uno Stato diverso dallo Stato di polizia.

Le ragioni delle forse d’ordine: evitare le inutili contrapposizioni

È però altrettanto vero che chi ha scelto di indossare la divisa e lo fa rischiando a volte la vita per poco più di mille euro al mese non è tenuto ad essere eroe. Non è obbligato a rischiare di essere colpito da oggetti contundenti e ad essere caricato senza reagire soltanto perché rappresenta le istituzioni. Può capitare che di fronte alla folla inferocita subentri la paura; si pensi a un uomo che si vede arrivare contro persone incappucciate e molto lontane dall’essere onesti cittadini.

In questi casi non ci sono vittime e non ci sono eroi. Ci sono persone che per ruolo sono messe l’una contro l’altra e, anzi, a volte sono felici di questa contrapposizione che gli consente di sfogare un po’ di rabbia. Non bisogna confondere le ipotesi in cui veramente i diritti essenziali e democratici di un soggetto sono compromessi dal fare autoritario delle forze dell’ordine con quelle in cui, viceversa, siamo solo di fronte a ragazzotti annoiati dal troppo benessere che fingono di lottare per una giusta causa. 

Tags: Diritto Penale, Sentenze, San Giovanni

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