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Rebibbia in carcere ad ogni costo1200 detenuti di Rebibbia hanno firmato e presentato una petizione affinché una donna detenuta, A.F., sia scarcerata il prima possibile a causa di una patologia psichiatrica da cui è affetta da almeno venti anni, che rende la sua permanenza presso il carcere altamente pericolosa per la sua salute.

Non tutti coloro che si rendono colpevoli di un reato penale e vengono per questo condannati possono scontare la propria pena in una casa circondariale. A volte è possibile che vi sia una patologia che rende incompatibili con il regime carcerario e, in questi casi, essere imprigionati in una struttura di reclusione potrebbe significare anche la morte. E questo i detenuti di Rebibbia lo hanno capito molto bene.

Una corretta detenzione sulla quale far luce

Chi non lo ha capito è però l’Autorità, ossia in questo caso il Magistrato di Sorveglianza, che dovrebbe garantire che la pena non si trasformi in una tortura e segua quello che è il suo naturale obiettivo, ciò tendere alla rieducazione del condannato, come voluto dall’ art. 27 della nostra Costituzione.

Una persona malata, specie se si tratta di una malattia psichiatrica, non può percepire la reale funzione della pena detentiva in una casa circondariale e, anzi, trovarsi in tale luogo potrebbe ancor di più aggravarne i problemi.

In carcere anche se malata

La donna era stata tradotta nel carcere dopo la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, che confermando la pronuncia della Corte d’appello di Roma l’aveva condannata alla pena della reclusione di 5 anni e otto mesi. Peraltro ella veniva subito portata nello stesso carcere dove già si trovava ristretto il figlio per reati relativi al traffico di stupefacenti.

Sin qui tutto apparirebbe perfettamente normale; ogni giorno le sentenze diventano definitive e ogni giorno viene dato seguito ad un alto numero di ordini di esecuzione.

In questo caso però si presentava una differenza fondamentale: la donna era affetta da una patologia psichiatrica diagnosticata nel 1998, i cui sintomi avevano cominciato ad apparire già nel 1993 e non avrebbe dovuto scontare la pena in carcere, che sta tuttora mettendo seriamente in pericolo il suo stato di salute.

La civile protesta dei detenuti di Rebibbia

Queste le parole dei 1200 detenuti che hanno dimostrato una sensibilità maggiore delle istituzioni: “Noi detenuti del carcere di Rebibbia siamo indignati e offesi di essere venuti a conoscenza di un episodio che ci obbliga a intervenire compatti per denunciare pubblicamente una gravissima situazione che, se non sarà tempestivamente risolta in senso positivo, potrà degenerare in tragedia”.

Una delle tante vicende drammatiche che riguardano persone detenute e sulle quali si pone sempre poco l’attenzione, attenti come siamo tutti a tutt’altro tipo di questioni ci lasciamo spesso sfuggire insopportabili errori o peggio ancora soprusi. È bene ricordare che il livello di civiltà e progresso morale di un paese è facilmente misurabile da come quel paese tratta i propri detenuti; peggiori sono le condizioni di questi e più barbaro sarà lo Stato nelle cui case circondariali essi si trovano.

Come correttamente osservato dai sottoscrittori della superiore petizione, la scarcerazione della donna non rappresenterebbe un atto di generosità, ma al contrario un atto di giustizia, previsto e anzi imposto dall’ordinamento giuridico.

L’istanza dei legali per l’incompatibilità carceraria

Unitamente alla richiesta dei “colleghi” detenuti della donna, è stata ovviamente presentata dai suoi legali, Avv. Lucia Gargano e Avv. Angelo Staniscia, un’istanza al Magistrato di Sorveglianza di Roma, con la quale i difensori hanno ribadito l’incompatibilità carceraria di una donna che giorno dopo giorno si sta consumando nella cella assegnatale e che se non sarà fatto qualcosa raggiungerà la morte senza neppure capire né percepire quello che dovrebbe essere il valore rieducativo della detenzione.

È stato documentato nell’istanza lo stato patologico della donna, che nel dettaglio è affetta da un disturbo di personalità per il quale viene costantemente seguita dal Centro di igiene mentale di Ostia, dovendo assumere regolarmente farmaci ed avendo compiuto già in passato gesti autolesionistici.

I legali hanno inoltre sottolineato una circostanza che meglio fa comprendere la superficialità con cui il procedimento è stato gestito. Difatti, già nel 2012 la donna era stata arrestata nell’ambito del medesimo procedimento per essere sottoposta al regime di custodia cautelare in carcere, prima ancora che intervenisse una sentenza di merito e, proprio in quell’occasione, era stata scarcerata subito per dichiarata incompatibilità con la detenzione. Nonostante questo, al momento in cui è sopraggiunta la sentenza definitiva, il problema è stato ignorato e nuovamente si è proceduto all’arresto con nuova traduzione in carcere.

La decisione nelle mani del Magistrato di Sorveglianza

Il Magistrato di Sorveglianza dovrà pronunciarsi sulla superiore richiesta e a tale scopo è stata già disposta la sottoposizione della donna a controllo medico, affinchè venga redatta una relazione sanitaria che sarà poi inviata al magistrato, così da consentire una decisione in merito.

Giova sottolineare, specie per chi ha particolarmente a cuore i corretti principi inerenti la certezza della pena, che il punto in discussione non ha che fare con la necessità o meno che la condannata sconti la giusta pena per le sue colpe, già accertate con sentenza passata in giudicato, bensì con le modalità tramite cui la pena deve essere espiata.

Non magnanimità ma rispetto della legge: le alternative

Non si tratta di magnanimità, ma di rispetto della legge. L’art. 148 c.p. prevede che se prima dell’esecuzione di una pena restrittiva della libertà personale o durante la sua esecuzione, sopravviene al condannato un’infermità psichica, il giudice può ordinare che la pena sia differita o sospesa, ovvero che questa sia scontata presso un ospedale psichiatrico giudiziario o, nel caso di condanna inferiore ai tre anni di reclusione, anche in un ospedale psichiatrico civile.

Tale norma va letta in combinato disposto con quanto a sua volta stabilito dall’art. 275 c.p.p. in tema di carcerazione preventiva. I commi 4 e ss. di tale norma dispongono che non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere quando, tra le altre ipotesi, l’imputato è affetto da malattia particolarmente grave per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere. In tale ipotesi, qualora sussistano esigenze cautelari particolarmente gravi, il giudice può disporre gli arresti domiciliari presso il luogo di cura o di assistenza.

In sostanza, gli strumenti per poter contemperare i due diversi interessi della tutela della salute e della certezza della pena vi sono; si tratta soltanto di interessarsi a sufficienza a tali situazioni.

La giustizia deve mirare alla rieducazione non alla vendetta

Nell’immaginario collettivo le case circondariali sono luoghi in cui è correttamente riunita tutta la feccia dell’umanità; persone che hanno a che fare con il crimine e che fanno dell’illegalità la propria ragione di via. Esse non meritano trattamenti speciali, è già tanto che gli passiamo vitto e alloggio per non fare nulla tutto il giorno, sarebbe quasi opportuno reintrodurre la pena di morte, perlomeno non vi sarebbe questo peso per la comunità e soprattutto per le casse dei contribuenti.

Questo il classico pensiero di chi non si ferma a riflettere, di chi non conosce la bellezza della nostra costituzione, di chi si lascia trascinare dal capopopolo di turno che urla dall’alto di un palco propinando insulti e banalità da dietro un microfono alla folla acclamante.

Se si avesse la volontà di andare oltre quelle quattro frasi utili a muovere un gregge che vengono utilizzate dalla notte dei tempi, potrebbe comprendersi come la civiltà dei luoghi di detenzione sia imprescindibile in un paese che vuole definirsi civile. È vero, ci sono casi di rei recidivi per i quali la pena non svolge alcuna funzione rieducativa e che torneranno a delinquere cinque minuti dopo la scarcerazione. Ma questo non deve far desistere lo Stato dall’intraprendere un’opera di risocializzazione che anche fosse efficace nei confronti di una sola persona sarebbe comunque meritevole di essere eseguita.

Salvare dal carcere e favorire il reinserimento

Lo scopo è salvare chi sbaglia da quella che viene definito l’accademia del crimine, ossia il carcere, in cui spesso si fanno amicizie che si conserveranno anche successivamente, quando la società civile respingerà un ex detenuto, non dandogli la possibilità di ripartire e costringendolo a rivolgersi per guadagnarsi da vivere agli amici di cella.

Sbagliamo a pensare che la cosa non ci possa mai riguardare: tutti sbagliano, in diverse misure.

Ma tutto ciò si capirà solo quando si affronterà un processo penale, magari facendo anche qualche settimana di carcere, per l’emissione di un assegno a vuoto o per la denuncia dell’ex moglie inferocita. E allora sarà chiaro che ci sono sfumature molto più ampie delle opinioni urlate a furor di popolo. 

Tags: Diritto Penale, Rebibbia

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